
È un quadro piuttosto desolante quello che emerge dai nuovi dati emessi da un nuovo rapporto annuale dell’INPS sui giovani. In sintesi, gli under 30 guadagnano in media poco più della metà della media di guadagno generale. Nel dettaglio, la retribuzione media annua in Italia è di quasi 26mila euro per i dipendenti; i corrispettivi under 30 ne guadagnano appena 14mila. I giovani dipendenti pubblici, peraltro, guadagnano 6-7 mila euro in più dei corrispettivi privati, segno di una maggiore tendenza allo sfruttamento delle aziende nei confronti di giovani lavoratori. Peraltro, a quanto pare, la differenza di retribuzione è massima tra lavoratori full time e minima, invece, tra quelli part time. Ciò significa evidentemente che i giovani, oltre a guadagnare meno, lavorano anche meno, e quindi meno retribuiti e più esposti a gravi forme di precariato.
Il rapporto dell’Istituto Nazionale Previdenza Sociale non mostra nulla di nuovo. Da anni ormai il nostro Paese, il secondo più anziano dopo il Giappone, vive una vera crisi del lavoro giovanile, che si riflette anche su altri aspetti, come quello demografico. I giovani sono esposti fin da subito a forme di lavoro precario, a volte con retribuzioni in nero e non regolamentate che non tutelano il lavoratore in alcun modo. I contratti offrono un rapporto ore di lavoro-retribuzione sempre più svantaggioso per i nuovi entranti nel mondo del lavoro, e scoraggiano, ovviamente, anche investimenti a lungo termine come l’acquisto della prima casa o persino semplicemente andare a vivere da soli.
Questo si ripercuote anche sull’età in cui i ragazzi possono svincolarsi dal supporto economico della famiglia, e dunque sulla possibilità di crearne una propria, con effetti diretti sulla crisi di denatalità che si sta vivendo nel nostro Paese. Come si può notare, dunque, il problema non è la troppo spesso citata svogliatezza dei giovani verso il lavoro, ma è l’assenza di opportunità giustamente retribuite e che tutelino il lavoratore, offrendogli garanzie basilari. Il giovane, secondo molti rami del sistema imprenditoriale e talvolta anche dal settore pubblico, è considerato maggiormente sfruttabile, in nome della cosiddetta “gavetta”, e cioè l’acquisizione di presunte competenze al posto di una adeguata retribuzione. Se il giovane non accetta un lavoro mal retribuito, precario o addirittura non a norma, non sarà mai colpa del giovane, ma di un sistema economico e lavorativo che non lo tutela, ma anzi tende alla costante volontà di sfruttamento della giovane forza lavoro.
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