
L’innocenza, l’ultima perla di Hirokazu Kore’eda, è finalmente sbarcato nelle sale italiane. Monster – questo il titolo originale, a parere di chi scrive ben più azzeccato – segna un ritorno del maestro giapponese alla sua amata terra natia. Torna in Giappone dopo aver lavorato in Francia e in Corea, e torna, dopo un paio di film al di sotto dei suoi standard, a sfornare capolavori. Lo fa con l’aiuto di una colonna sonora pregna di sentimentalismo e degna della qualità del film, l’ultima opera del compianto Ryūichi Sakamoto, scomparso subito dopo, e a cui è dedicato il film; e lo fa con la sua attrice feticcio Sakura Ando.
Risulta un po’ difficile parlare della trama di L’innocenza/Monster, essendo lo sviluppo di trama stesso uno degli elementi che colpisce di più lo spettatore, che per questo merita di arrivare in sala sapendo il meno possibile di quello che succede nel film.
Ciò che si può dire è che è un film diviso in 3 atti, con 3 punti di vista diversi, 3 “verità” diverse: quella di una madre single che cresce il proprio figlio, quella di un maestro di scuole elementari e quella di un bambino. La madre accusa il maestro di picchiare e minacciare il proprio figlio, il maestro nega. Il film attinge da Rashomon di Kurosawa per lo scheletro della sceneggiatura, seppure con un fine quasi opposto, per raccontare una storia che, fino allo sviluppo finale, disorienta lo spettatore in ogni modo possibile, con una scrittura meravigliosamente antistrutturata.
Il genere cinematografico stesso di L’innocenza si muove tra diversi potenziali settori, man mano che i vari punti di vista vengono dispiegati. La misteriosità di ciò che viene raccontato sembra spostare il film verso un thriller, un noir, un giallo. Nella seconda parte di film, prima che tutto si chiarifichi, la quantità di cose che non tornano in ciò che vedi ti fa arrivare a pensare che il film abbia una svolta fantascientifica e che il mostro del titolo sia una vera creatura fittizia che si diverte coi personaggi rendendo tutto un macello.
E poi arriva il terzo atto. Introdotto da una delle inquadrature più belle degli ultimi anni. Uno schermo nero, perché nero di fango è il pannello del pullman inquadrato, che cerca di pulirsi grazie alle mani di due dei protagonisti, ma non fa in tempo prima che l’incessante pioggia vanifichi ogni tentativo di ricerca di pulizia, che è sinonimo di verità. Una verità sporcata dal fango del puritanesimo, della borghesia; impossibilitata ad emergere in un mondo che la annega in un mare di convinzioni, convenzioni e patti sociali. Col terzo atto, scopriamo la verità.
“Non elogiare la sincerità, perché non è un merito, è un mezzo” canta Caparezza, e sembra descrivere perfettamente il film.
La scelta di fingere è un bisogno reale di alcuni personaggi, la cui disonestà non combacia con la propria innocenza/colpevolezza. Al contrario, mentre nella prima parte del film, Kore’eda ti convince che chi stia mentendo sia -come da convenzione- l’autore di ogni male e chi stia dicendo la verità sia la vittima -non solo per quanto riguarda il cuore della storia, ma anche per i personaggi secondari come la preside- nell’ultima parte si comprende che le vittime della storia sono coloro che hanno mentito almeno una volta, mentre i personaggi “negativi” hanno sempre detto la verità, la loro verità.
In questa sovversione di significato, Kore’eda trova spazio anche per una critica all’imborghesimento intrinseco dell’uomo più “innocente”: tra i due bambini che si renderanno protagonisti della storia, chi sembra avere una maggiore consapevolezza di sé e una spiccata propensione alla felicità, è chi subisce sulla propria pelle – in tutti i sensi- il male della società, mentre chi ha turbamenti e attacchi d’ansia è colui che vive con un genitore che gli vuole bene, ma che implicitamente delimita la sua felicità ad un modello di realtà unico. Realtà dalla quale, se non riesci a conformartici, non puoi far altro che scappare. Perché, come dice il miglior personaggio del film, “se riescono a raggiungerla solo poche persone, non è felicità”
L’attenzione iniziale dello spettatore volge alla ricerca di chi sia la vittima delle menzogne, e ai risvolti che avranno le menzogne nella sua vita, tant’è che il film sembra ricalcare le emozioni e le sensazioni che caratterizzano Il sospetto di Vinteberg. Una volta aperto il vaso di Pandora l’attenzione si sposterà sul capire come mai gli uomini, anche quelli più innocenti, spesso mentono. Splendida la parentesi in cui vi è un chiaro elogio all’arte come valvola di sfogo e come unico linguaggio “vero” con cui puoi “soffiare via” le cose che non riesci o che non puoi dire nel mondo reale.
I personaggi, a cui impariamo ad affezionarci in 2 ore come ai personaggi di una serie tv che si conclude dopo decine di stagioni, sono portati a complicare la realtà in cui viviamo, a mentire sporcando di fango una realtà che apparirebbe molto più semplice, se solo non ci fossero le convenzioni e i pregiudizi a complicarla. E così se sei diverso dagli altri sei costretto a sporcare la realtà per paura che la tua unicità sia diabolica; se hai commesso un errore fatale, ma umano, nella tua vita, devi sporcare la realtà perché l’ipocrisia degli uomini non te lo perdonerebbe.
E dopo aver complicato così tanto la realtà -non a causa di chi mente, ma di chi l’ha voluta così- ci ostiniamo alla spasmodica ricerca della verità, come se fosse sintomo di genuinità e di purezza. La ricerchiamo così tanto che la sporchiamo ancora di più, perché per trovare la verità pretendiamo di capirla con quello che vediamo alla superficie. Magari mio figlio si è fatto male al naso, o un bambino è stato rinchiuso nel bagno, e io pretendo di arrivare alla verità, e comprendere le persone da ciò che abbiamo sotto occhi.
L’unica verità, però, è che noi delle persone non sappiamo un bel nulla. Il terzo atto del film è composto appositamente da scene lunghissime che si svolgono temporalmente negli intermezzi di scene che nei primi due atti si susseguivano velocemente. Una dilatazione del tempo che suggerisce quanto poco possiamo capire delle persone con la nostra superficiale e svogliata percezione.
Alla visione di L’innocenza, o Monster che dir si voglia, l’unica cosa che lo spettatore potrà chiedersi è: chi sono io per giudicarti? Chi sono io per sapere davvero chi sei?
Grazie Hirokazu, per ricordarci chi è l’essere umano.
A Palazzo Santa Lucia è stata presentata la 64esima edizione del Giro di Campania, alla presenza dell’Assessora allo Sport...
La Costiera Amalfitana brucia ormai da giorni. Tra la devastazione e le fiamme alimentate dai forti venti, si lavora incessan...
Il 16 settembre 2026 sono stati ultimati i lavori riguardo il restauro dell’edicola votiva di San Gennaro, situata in piazz...
Come ogni mese torna la nostra rubrica culturale “Leggere che passione”, ecco i due libri consigliati ai nostri lettori. ...