
Ci sono libri che non si offrono con docilità al lettore, ma lo assediano, lo sfidano, lo trascinano in una vertigine senza tregua. “Lo sbilico” di Alcide Pierantozzi (Einaudi, 2025) appartiene a questa stirpe feroce e luminosa insieme. La voce che lo percorre non cerca indulgenza né compassione: impone piuttosto uno sguardo spietato sulla fragilità umana e sulla sua capacità di resistere, di risorgere ogni volta che sembra irrimediabilmente caduta. Il libro si apre con un’immagine che resterà scolpita nella memoria: un vetrino custodisce la malattia della madre, un frammento di tumore prelevato in Svizzera, che l’autore decide di non gettare via ma di nascondere sotto il materasso, trasformandolo in reliquia, ossessione e simbolo. Da questo nucleo prende avvio un viaggio che attraversa ospedali e treni, case di provincia e palestre, luoghi reali che si piegano continuamente a visioni febbrili. È lì che la malattia psichica — diagnosi di disturbo bi-polare, allucinazioni, dipendenza da farmacie cannabis — non è sfondo, ma protagonista assoluta. Invade relazioni, desideri, amori, fino a deformare la percezione del corpo e del reale.
Uno dei tratti più sorprendenti del libro è la capacità di alternare crudezza clinica e lampi visionari. Intere pagine riprendono il linguaggio delle cartelle cliniche, con l’elenco di farmaci, dosaggi, sintomi; altre precipitano nell’incubo percettivo: serpenti che si insinuano nelle scarpe, Madonnine che nuotano in una fontana, un insetto che trascina una lente a contatto nello spogliatoio della palestra. Persino il gesto quotidiano del guardarsi allo specchio o del portare il cane sul balcone diventa il detonatore di crisi ingestibili, da registrare con appunti e referti improvvisati.
In questo scenario il legame con la madre emerge come cardine narrativo e affettivo. Custode e specchio, colpa e salvezza insieme, la madre accompagna il figlio nei viaggi in treno verso Milano, lo assiste con gesti semplici e necessari — tastare un linfonodo, rassicurarlo davanti a un dubbio — diventando figura di resistenza quotidiana. Di fronte a lei si stagliala figura del padre, “il Negazionista”, inca-pace di accettare la malattia e di nominarla: un contrasto che accentua la solitudine del protagonista e il peso insostenibile del-le relazioni familiari.
La prosa di Pierantozzi ha la secchezza di un diario clinico e la vibrazione di una poesia notturna. Ogni dettaglio anatomico o farmacologico viene trasfigurato in immagine visionaria: un referto medico diventa oracolo oscuro, una crisi percettiva si traduce in architettura di parole, una sessione di allenamento in palestra si carica della furia di un rito espiatorio. Visione e concretezza convivono in un equilibrio sempre instabile: la scrittura procede come un corpo febbricitante, che a ogni pagina si torce, si spezza, si reinventa.
Lo sbilico non concede mai tregua né compiacimento. La sua urgenza non è estetica ma vitale: testimoniare, dire la verità senza filtri, trasformare l’impazzimento in narrazione. Leggerlo significa accettare una discesa sen-za mappe, in cui il confine tra ragione e delirio si frantuma continuamente. Eppure, proprio in questa discesa, si accende una forma di salvezza che non coincide con la guarigione ma con l’atto stesso dello scrivere. La scrittura non è ornamento né consolazione, ma gesto radicale che trasforma il caos in traccia, il dolore in figura, il silenzio in parola. Alla fine resta la percezione di un libro che non si dimentica, che scava come un chiodo nel corpo del lettore e continua a risuonare oltre la pagina. È la dimostrazione chela letteratura può ancora essere ferita aperta e al tempo stesso luce, capace di illuminare il buio più denso senza mai smettere di bruciare. Alcide Pierantozzi, nato a San Benedetto del Tronto nel 1985, è tra le voci più originali della narrativa italiana contemporanea. Dopo l’esordio giovanissimo con “Uno in diviso” (2006), ha pubblicato “L’uomo e il suo amore” (2008), “Ivan il terribile” (2012) e ha partecipato al progetto collettivo “La qualità dell’aria”. Con “Lo sbilico” approda a un’opera che è insieme confessione e atto letterario radicale: un libro che non teme di affrontare il dolore più estremo e di restituirlo come materia viva di scrittura.
di Achille Callipo
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