
L’Istat ci consegna un altro bollettino che non lascia scampo. La disuguaglianza nella distribuzione dei redditi in Italia aumenta, il rischio di povertà si allarga. Eppure la politica continua a navigare a vista, con soluzioni tampone che non risolvono nulla. Secondo il rapporto Condizioni di vita e reddito delle famiglie – Anni 2023-2024, il 23,1% degli italiani è a rischio di povertà o esclusione sociale, in crescita rispetto al già preoccupante 22,8% del 2023.
Ora, la domanda è sempre la stessa. Quanto tempo dovremo ancora perdere prima di accorgerci che il problema non è congiunturale, ma strutturale? Qui non si tratta di una piccola oscillazione nei numeri: siamo di fronte a un progressivo scivolamento della classe media nella vulnerabilità economica. Un fenomeno che va avanti da anni, con responsabilità trasversali che nessuno sembra voler assumere.
Quando si parla di “rischio di povertà o esclusione sociale“, non ci si riferisce solo a chi dorme per strada o a chi non ha di che sfamarsi. No, la realtà è molto più complessa. Riguarda milioni di persone che, sulla carta, non sono indigenti, ma che nella pratica vivono sull’orlo del baratro. L’Istat classifica come a rischio chi si trova in almeno una di queste tre condizioni. Ha un reddito inferiore al 60% della mediana nazionale. -Tradotto: se guadagni poco ma non abbastanza poco da rientrare nelle fasce di aiuto statale, sei praticamente invisibile.- Vive in grave deprivazione materiale e sociale, ovvero non può permettersi spese essenziali. Fa parte di una famiglia a bassa intensità di lavoro, dove gli adulti lavorano meno di quanto vorrebbero o potrebbero. Eppure, davanti a questi numeri, la classe politica continua a raccontarci che va tutto bene, che il PIL cresce e che bisogna avere fiducia.
Ora, passiamo ai dati che ci mostrano come si distribuisce la ricchezza. Per misurare il divario tra ricchi e poveri si usa il rapporto S80/S20. Un rapporto che mette a confronto il reddito del 20% più ricco con quello del 20% più povero. Nel 2023 questo indicatore è salito a 5,5, in peggioramento rispetto al 5,3 del 2022. Significa che il 20% più benestante della popolazione ha un reddito equivalente totale 5,5 volte superiore rispetto a quello del 20% più povero. Ora, ci sarebbe da chiedersi: quanti governi hanno sbandierato lotte alla povertà negli ultimi anni? E quanti sono riusciti a ridurre questa forbice? Esatto, zero. La verità è che nessuno ha messo mano in modo serio alla redistribuzione della ricchezza. Il risultato è che chi ha poco ha sempre meno, e chi ha molto ha sempre di più.
E attenzione. Nel Mezzogiorno la situazione è ancora peggiore, perché il rapporto S80/S20 è schizzato a 5 nel 2023, rispetto al 4,7 del 2022. Lì la povertà non è solo un rischio. È una realtà quotidiana per milioni di famiglie. Nel frattempo, nelle aree più ricche d’Italia, la crescita dei redditi non è stata sufficiente a evitare un aumento delle disuguaglianze. Il Nord-ovest, che rimane una delle zone economicamente più forti, ha visto il rapporto S80/S20 peggiorare da 4,1 nel 2022 a 4,4 nel 2023. Un chiaro segnale che la polarizzazione economica non è più un fenomeno solo del Sud, ma si sta allargando ovunque.
Se qualcuno avesse ancora dei dubbi, arriva l’indice di Gini, il parametro che misura la concentrazione della ricchezza. Più è alto, più significa che pochi hanno molto e molti hanno poco. Per l’Italia, nel 2023, il valore è salito a 0,323, in peggioramento rispetto allo 0,315 del 2022. E se si guarda al Mezzogiorno, il dato è esploso da 0,321 a 0,339. Qui la domanda sorge spontanea: cosa bisogna aspettare per intervenire? Che si arrivi ai livelli del Sud America, dove la forbice sociale è talmente ampia che esistono città separate da muri tra ricchi e poveri?
Questi numeri ci dicono una cosa chiara: il sistema non sta funzionando. La politica continua a oscillare tra il clientelismo assistenzialista e il liberismo di facciata (che non tocca mai i privilegi reali). Ma se non si redistribuisce ricchezza in modo efficace, non ci sarà mai una crescita sostenibile. E sia chiaro: redistribuire ricchezza non significa “togliere ai ricchi per dare ai poveri”, come amano ripetere certi commentatori da talk show. Significa fare politiche che favoriscano una crescita più equa, che creino opportunità reali per chi parte svantaggiato e che sostengano il lavoro produttivo. Ma finché tutto questo resterà un tabù, possiamo già scrivere il titolo del rapporto Istat dell’anno prossimo: “Italia, il Paese che continua ad allargare le disuguaglianze e a non fare nulla per impedirlo”.
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