
A poche settimane dal referendum dell’8-9 giugno 2025, si apre un paradosso inquietante: i partiti di sinistra, da sempre paladini della democrazia partecipata, lanciano appelli all’urne, ma nella pratica tollerano o perfino alimentano l’astensionismo. Secondo le cronache, il Partito Democratico di Elly Schlein si schiera ufficialmente per i “cinque Sì” su lavoro e cittadinanza, mentre Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra spingono rispettivamente per 4 e 5 Sì. +Europa (di Riccardo Magi) garantisce l’appoggio solo al referendum sulla cittadinanza, contrapponendo invece il No agli altri tre quesiti sul lavoro.
Il Sindacato CGIL, guidato da Maurizio Landini, esorta in modo inequivocabile a votare, definendo il referendum “un’occasione per cambiare le leggi” e ribadendo che “democrazia è partecipare”. Queste posizioni, però, cozzano con contraddizioni interne: in casa PD una fronda di “riformisti” (Giorgio Gori, Marianna Madia ecc.) dichiara di votare Sì solo ai quesiti sulla cittadinanza e di lasciare bianca la scheda per gli altri tre, per paura di “far saltare il quorum”. È il perfetto rovescio della medaglia: nel giorno in cui gli altri cantano la partecipazione, alcuni progressisti la boicottano silenziosamente.
Per il Partito Democratico la linea ufficiale di Schlein è di votare 5 Sì per «contrastare la precarietà» e affermare diritti costituzionali come il lavoro dignitoso e la cittadinanza. Tuttavia, l’ala centrista del partito, come abbiamo anticipato, invoca al pragmatismo. Questa spaccatura interna in PD tradisce la proclamata unità e mette in luce la paura di legittimare i referendum, contraddicendo i richiami formali alla partecipazione.
Il Movimento 5 Stelle sostiene i quattro referendum sul lavoro con un deciso “Sì”, come dichiarato da Conte, ma lascia libertà di scelta su quello sulla cittadinanza. Nonostante l’appello alla “riconquista dei diritti”, alcuni esponenti M5S mostrano incertezze sul tema migranti.
Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) è compatta nel sostenere tutti e cinque i quesiti, con una posizione chiara e coerente a favore dei diritti sociali e civili. +Europa promuove solo il Sì sulla cittadinanza, essendo tra i promotori, ma respinge l’abrogazione delle norme sul lavoro, assumendo una posizione parziale e ambigua. La CGIL, promotrice dei referendum sul lavoro, invita con forza alla partecipazione: secondo il segretario Landini, votare significa esercitare la propria sovranità per cambiare leggi ingiuste e contrastare la precarietà.
Alla luce di questi dati, emergono chiaramente contraddizioni e ipocrisie. Da un lato la sinistra da caccia ai “sabotaggi antidemocratici” di centrodestra; dall’altro pezzi consistenti di essa stessa propongono tattiche simili a quelle invocate dai suoi avversari. Storicamente non estranea all’astensionismo, oggi appare divisa e ambigua: Schlein e Conte proclamano il dovere del voto, ma non riescono a imporre una linea unitaria nei loro partiti. Il fronte progressista si presenta frammentato, poco coerente e spesso silente.
Basti pensare che nel 2003 i DS (antenati dei Pd) invitarono a non votare sul Jobs Act, o che Rifondazione Comunista persino consigliò di non ritirare la scheda nel referendum del 2011: la medesima pratica dell’astensionismo come arma politica. Oggi chi s’indigna sugli altari della Costituzione dimentica di esserne stato pratico ministro.
In quest’angosciante dipinto generale, la sinistra contribuisce anche alla cospirazione del silenzio sui referendum. Non bastava che il governo Meloni e il suo alleati di centrodestra boicottassero i quesiti; ora anche i media “amici” tacciono. Come documentato da associazioni e giornalisti, i telegiornali Rai non hanno dedicato nemmeno un minuto di servizio ai referendum sino a maggio 2025, nonostante la CGIL e i promotori insistessero sulla necessità di informare i cittadini.
Marco Tarquinio denuncia un «silenzio indecente» della Rai e un «boicottaggio» del governo Meloni sui referendum. Riccardo Magi parla di «oscuramento deliberato». Anche quando su Mediaset Geppi Cucciari invita al voto, viene attaccata sui social. M5S e PD protestano per l’assenza di difesa pubblica a favore della partecipazione.
Così le responsabilità appaiono diffuse: da una parte, la destra che invoca l’astensione; dall’altra, chi già al governo o all’opposizione non solleva la questione. Il risultato? Un elettorato semi-ignaro, sedato dalla normalità delle elezioni comunali, che rischia di consegnare per inerzia la democrazia a uno sfascio silenzioso.
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