
Gli italiani saranno chiamati alle urne il 22 e 23 marzo 2026 per un referendum confermativo sulla riforma costituzionale del sistema giudiziario. Si voterà in due giornate (domenica 22 e lunedì 23) come stabilito dal Consiglio dei Ministri il 12 gennaio 2026. Gli aventi diritto (cittadini maggiorenni iscritti alle liste elettorali) decideranno con il loro Sì o No se approvare la legge costituzionale che introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti (giudici) e magistrati requirenti (pubblici ministeri).
Secondo le regole previste dall’articolo 138 della Costituzione, non è richiesto alcun quorum di partecipazione: il referendum è valido e vincolante indipendentemente dall’affluenza. In pratica, vince il Sì se i voti favorevoli superano quelli contrari. La scheda referendaria porrà questa domanda: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento…?». L’elettore dovrà barrare “Sì” per confermare la riforma o “No” per respingerla.
La riforma costituzionale in votazione introduce diverse novità chiave nell’ordinamento giudiziario. In sintesi, le principali modifiche sono:
Inoltre, il testo approvato apporta modifiche costituzionali agli articoli 87, 102, 104-107 e 110, ribadendo in Costituzione il principio che giudici e PM sono carriere distinte. Le leggi di attuazione (gli atti normativi ordinari che definiscono i dettagli operativi) dovranno essere approvati entro un anno dall’entrata in vigore della riforma. Fino ad allora permangono le regole attuali (compreso il CSM unico e i passaggi di carriera) per evitare vuoti normativi.
In una intervista su Informare, abbiamo avuto la possibilità di dialogare con Raffaele Cantone, ex presidente (dal 2014 al 2019) dell’Autorità Nazionale AntiCorruzione e dal 2020 Procuratore della Repubblica a Perugia. Secondo il dott. Cantone, ridimensionare il concetto del sistema delle correnti e della magistratura ordinaria in generale per razionalizzare e sviscerare a fondo gli scopi e la filosofia di fondo che questa riforma porta con sé. Cantone non è il primo, infatti, tra i magistrati, ad esprimere perplessità sulla riforma, soprattutto per la paura di creare una magistratura sottomessa ad un potere esterno. La palla passa, a seguito dell’approvazione finale in Senato, ai cittadini italiani, che con un referendum (stavolta senza quorum) avranno la responsabilità della scelta finale.
Puoi leggere l’intervista a Cantone clicca qui: INTERVISTA. Riforma Giustizia, Raffaele Cantone spiega ad Informare i punti critici della misura.
Sempre sulle pagine della nostra testata, abbiamo ascoltato anche l’opinione dell’ex pm Antonio Di Pietro, una personalità che ha segnato anni cruciali di cambiamento per il nostro Paese con Mani Pulite, per poi dedicarsi all’attività politica con l’Italia dei Valori. Antonio Di Pietro è un osservatore speciale di un referendum che sta già creando schieramenti ben serrati. «Secondo il mio punto di vista, la separazione delle carriere è un falso problema perché in realtà esiste già, di fatto e di diritto. Quasi nessuno salta da giudicante a inquirente e viceversa, consideriamo che già la recente legge Cartabia stabilisce una decorrenza di 9 anni per effettuare il passaggio da un ruolo all’altro. Semmai è in atto una strumentalizzazione da parte di alcuni partiti che vogliono mettere il cappello sulla separazione delle carriere, soprattutto Forza Italia. Addirittura rivendicando che si tratterebbe della volontà di Berlusconi».
Puoi leggere l’intervista a Di Pietro clicca qui: INTERVISTA. Riforma Giustizia, Antonio Di Pietro analizza le ragioni del “Sì”.
Sul piano politico, il fronte del Sì è guidato dai partiti di maggioranza (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati). Il Partito Democratico, con la segreteria di Elly Schlein, ha indicato il No, anche se al suo interno non mancano posizioni più favorevoli alla riforma. Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra sono schierati per il No, mentre Azione e +Europa sostengono il Sì. Italia Viva, invece, ha scelto di non dare indicazioni di voto, lasciando libertà ai propri eletti.
In definitiva, saranno gli elettori a pronunciarsi nei due giorni di voto del 22 e 23 marzo 2026, scegliendo se confermare o respingere la modifica costituzionale proposta e segnando così una tappa importante nel futuro dell’ordinamento giudiziario italiano.
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