
Giuliano Granato, 40 anni, è il candidato di Potere al Popolo, nella lista “Campania Popolare”, alle Regionali per la presidenza della Regione Campania. Nato a Napoli, dopo gli studi, ha vissuto e lavorato per diversi anni a Londra presso la Charity Westminster Drug Project, occupata nel recupero delle tossicodipendenze e dell’alcolismo. Rientrato in Italia è stato impegnato in azioni di militanza politica, soprattutto sul territorio campano.
La sua formazione è in ambito politico: laurea magistrale in Relazioni Internazionali e Diplomatiche all’Università L’Orientale. Attivo sin dagli anni di scuola, ha preso parte al collettivo “L’Onda” e ai Clash City Workers, collettivo d’inchiesta e intervento nel mondo del lavoro, tema per lui di prioritario interesse.
Dal 2018 è membro del Coordinamento Nazionale di Potere al Popolo di cui dal 2021 è portavoce. Nel 2020 è stato già candidato presidente della Regione Campania con la lista “Potere al Popolo – La Campania è il futuro!”. Collabora con Il Fatto Quotidiano, Left e DiarioRed.
Lo abbiamo incontrato presso la nostra redazione per approfondire le posizioni della lista Campania Popolare candidata alle Regionali 2025. Il confronto con i cronisti è stato partecipato e stimolante, accolto con grande entusiasmo e interesse dal candidato, attento a rispondere in maniera integrale e chiara a tutti i quesiti a lui sottoposti.
Il candidato si è espresso sulle questioni e sui temi più scottanti della campagna elettorale, delineando i progetti e le proposte concrete contenute anche all’interno del proprio programma. Ha dato voce alle proprie idee dimostrando realismo e desiderio di cambiamento.
«Innanzitutto, ci tengo a dire che non sarò io il presidente della regione, bisogna dire la verità, le elezioni non le vincerà Campania Popolare. Però questo non significa che non si possa fare nulla: il nostro obiettivo è entrare in consiglio e portare avanti una serie di battaglie, tra cui quella per la Terra dei Fuochi. Su questo ribadiamo che i 70 milioni di euro che sono stati stanziati sono da considerarsi una cifra simbolica pari a nulla rispetto i 2 miliardi necessari. Dieci anni fa si manifestava per l’indignazione, oggi De Luca se gli si chiede a riguardo della Terra dei Fuochi si esprime in maniera minima, facendo riferimento solamente alle denunce contro gli attivisti. Il primo problema è dunque parlarne.
Ieri sono stato a Marcianise dove ho fatto un giro per le discariche o potremmo dire l’unica grande discarica, senza soluzione di continuità, piena di rifiuti pericolosi, soprattutto di natura industriale. Se noi entriamo in consiglio regionale quello che faremo è soprattutto combattere questo aspetto, innanzitutto coinvolgendo i comitati, i migliori a conoscere le problematicità e le possibili soluzioni sul territorio oltre ad essere in grado di stabilire la linea di azione.
In seguito procederemo sostanziando fondi per compensare i numeri nazionali e pianificando un generale lavoro di ripresa del territorio che non comprende soltanto le bonifiche ma anche la chiusura del ciclo dei rifiuti, la chiusura dell’inceneritore di Acerra. Infine è necessario che avvenga un risarcimento da parte di coloro che hanno inquinato il territorio. Noi paghiamo per l’inquinamento da loro commesso ed è necessario che invece inizino loro a pagare per i danni. Noi in Consiglio Regionale vogliamo combattere il sistema ma l’unico modo per farlo davvero è attraverso la mobilitazione da fuori».
«La Sanità è il più grosso disastro regionale se non fosse che l’80% del bilancio la finanzia. In Campania abbiamo una serie di record negativi: la più bassa speranza di vita alla nascita, un bambino nato qui ha una aspettativa di vita di 3 anni inferiore rispetto un bambino nato al nord, inoltre abbiamo i più alti tassi di mortalità evitabile da prevenzione e terapie e i livelli più bassi di screening oncologici. Ad esempio, in Campania c’è un livello di ingerenza del tumore del colon retto più basso rispetto ad altre regioni però la sua mortalità è maggiore in quanto non vi sono né prevenzione né terapie adeguate.
Ad oggi, ricevuti i fondi del PNRR, la soluzione messa in campo dalla giunta De Luca sembra essere l’apertura di dieci mega ospedali. Noi ora mettiamo in luce come, anziché aprirne di nuovi, si possano ristrutturare e riaprire quelli già presenti, molteplici solo nella città di Napoli e ancora di più in provincia. Per la presentazione della candidatura della lista alle elezioni Regionali abbiamo organizzato un evento davanti all’Ospedale Santo Bono, eccellenza locale. Recentemente però sono stati stanziati 400 milioni di euro per spostare l’Ospedale Santo Bono dal Vomero a Napoli Est, di fianco all’Ospedale del mare, per di più zona sismica. Noi temiamo un processo di speculazione edilizia oltre che la sottrazione di un servizio efficace.
Quello che serve davvero è fare medicina preventiva e territoriale, stabilire presidi di prossimità e non piuttosto grandi strutture difficilmente raggiungibili. È necessario inoltre togliere potere all’esercizio di privati come i dentisti o i laboratori di diagnostica. Il disastro della sanità pubblica è in ultima analisi un disastro voluto per fare gli interessi di qualcuno».
«Io non credo che possiamo diventare un paese di tutti imprenditori. Questo aspetto mette in luce la creatività e l’arte di arrangiarsi, caratteristiche di Napoli ma non sufficienti. Questi sforzi individuali o di gruppo vanno sicuramente sostenuti perché rappresentano il futuro, soprattutto in determinati settori. Vi è, però, tutta una massa più numerosa che è costretta ad emigrare e non per iniziare una start-up. I giovani si spostano a Barcellona, Londra, Sydney, New York o al nord Italia.
Abbiamo una enorme questione giovani perché, per fortuna, siamo ancora la regione più giovane di Italia ma con i giovani che poi scappano. I contratti non in regola, gli stipendi non aumentati dopo anni e dopo la crescita del turismo, spingono i giovani e le persone in generale ad andarsene. In politica, vorrei ci fosse un po’ meno di retorica e paternalismo. Vorrei si lasciasse parlare chi è effettivamente andato via ed è tornato e che quindi conosce i problemi del mondo del lavoro qui. Serve un salario minimo di 10 euro, serve combattere il lavoro “a nero”, servono servizi accessibili, trasporti che funzionano. È necessario sistemare le cose altrimenti i giovani qui non avranno un futuro».
«Il rapporto dell’Eurostat è scandaloso per i risultati dove la Campania risulta essere in una condizione peggiore anche delle regioni più povere dei paesi dell’Est. Perchè si è poveri? Perché si lavora poco, perché vi è tantissimo lavoro informale, “a nero”, e perché gli stipendi sono bassi. Bisogna partire dal problema per poi raggiungere delle soluzioni: il salario minimo di 10 euro, la lotta al “lavoro nero”, la correzione dei corsi di formazione offerti dalla regione, al momento, mero tramite di finanziamento dei centri di formazione privata.
In campagna elettorale, si è parlato brevemente di Reddito di Cittadinanza, Reddito Solidale, Reddito di Formazione. Nella legislatura corrente noi abbiamo presentato una legge di iniziativa popolare su una proposta di Reddito regionale che al momento è in un cassetto. Esiste già la norma ma serve indirizzare il lavoro e gli sforzi della polizia municipale ai controlli sul lavoro nero. È necessario anche per la sicurezza sul lavoro, di cui in questa regione si muore fin da giovani».
«Io ho vissuto vent’anni in provincia, a Calvizzano, vicino Marano. Quando sono partito per Londra c’erano dei pullman che partivano dalla stazione della metro che al mio ritorno in Italia non esistevano più. Ci sono stati peggioramenti, invece di anche solo piccoli miglioramenti non sufficienti. Per non parlare della chiusura di tre mesi della metro, di quest’estate. Questi sono i disastri del trasporto pubblico che colpiscono non tanto chi vive al centro ma chi abita la provincia, per niente accessibile.
La circumvesuviana, secondo i rapporti di Lega Ambiente, è la linea ferroviaria peggiore al mondo. Se negli anni ’70 era un gioiellino, oggi per la Circumvesuviana ci sono meno corse, meno treni, vagoni che vanno in fiamme, situazioni di disagio esemplificative della condizione dei trasporti in Campania.
Cosa si può fare da questo punto di vista? Innanzitutto serve un’azienda pubblica regionale: basta frammentazione in mille società, basta favorire le ditte di trasporto private. È necessario costruire un’unica azienda che comprenda tutto e non scorpori ad esempio, come previsto da una precedente proposta, i parcheggi, fonte di guadagno certa in un settore che in quanto servizio cittadino è in perdita.
Serve inoltre una rivoluzione dei trasporti perché abbiamo le risorse e la forza lavoro specializzata per farlo. Infine, serve implementare effettive piste ciclabili, mezzo di trasporto valido in altre città d’Europa. A miglioramenti ed innovazioni bisogna accompagnare la fondamentale possibilità di trasporti gratuiti. Una delle nostre proposte è proprio la gratuita dei mezzi di trasporto per tutti coloro con reddito sotto i 30 mila euro di ISEE. Serve una rivoluzione dei trasporti che si può realizzare se vi è la volontà politica».
«Parto dal diritto all’abitare. Napoli era conosciuta come una città accessibile economicamente, oggi invece, tra le grandi città, è quella con il più alto tasso di inflazione complessivo. I prezzi degli affitti sono aumentati e c’è un processo di “gentrificazione” al centro storico che butta fuori la gente per fare spazio al turismo.
Cosa si può fare da questo punto di vista? Tra le competenze regionali c’è effettivamente anche la questione abitativa. Tra le cose possibili e necessarie da attuare vi è il miglioramento e la presenza di case popolari, quasi assenti e i cui bandi di accesso sono spesso bloccati. Questo però non deve avvenire attraverso l’impiego del privato perché tali collaborazioni non hanno mai avuto un’efficace applicazione sul lungo termine.
Serve inoltre stabilire un tetto sul prezzo degli affitti, su cui si può intervenire anche a livello nazionale, e la possibilità per i comuni di stabilire limiti sul settore immobiliare da dedicare al turismo. Servirebbe un progetto unico e condiviso tra tutti i soggetti che vogliono e devono vivere la città. La bellezza di Napoli è sempre stata nella possibilità al centro storico di poter vivere le persone vere, il popolo, non come altri centri storici italiani e ad oggi noi rischiamo di lasciare sparire questa cosa».
«Noi ci opponiamo al progetto che stanno mettendo in campo con l’America’s Cup perché riteniamo rischi di essere la pietra tombale sulle speranze che si hanno su quel territorio. Per 30 anni sono state promesse bonifiche e la restituzione di quel pezzo di città sottratto ai cittadini. La restituzione doveva avvenire in termini di accesso al mare e di parco pubblico urbano, progetti che con l’arrivo dell’America’s Cup rischiano di sparire. Rischiamo di avere una nuova area soggetta alla speculazione turistica e immobiliare. Per noi Bagnoli ha delle enormi potenzialità su cui a decidere dovrebbero essere i comitati che già da 30 anni dicono quello che andrebbe fatto. La politica dovrebbe essere al servizio delle comunità e non una forma di ricatto tra il nulla e qualcosa che non vogliamo».
«Così come in altre aree della regione ci sono 30 anni di promesse e di progetti irrealizzati. Parliamo di aree che hanno enormi potenzialità non solo in termini di bellezza ma anche in termini di capacità. Come per Bagnoli, appena vengono mosse proposte, ci si illude ma sarebbe necessario osservare in quale direzione e a favore di chi si agisca, se sia davvero nell’interesse della maggioranza. È necessario rispondere ai bisogni del territorio e non ai problemi e alle esigenze dei centri di potere. Questo di solito avviene con progetti irrealizzati per i quali pur rimanendo all’anno zero vengono ugualmente impiegati fondi. Per evitare che i progetti siano sviluppati senza un criterio corretto è necessario che sia condotto un controllo popolare dall’interno e l’esterno la regione».
«Dobbiamo uscire dall’idea che la Campania, il Mezzogiorno e l’Italia in generale possano avere un futuro solo col turismo. Il Casertano è un esempio emblematico di questo perché in 20 anni si sono persi 80mila posti di lavoro nel settore dell’industria. Le opzioni sono o di investire a favore di un miglioramento di questo o accettare la costruzione di un deserto industriale. Bisogna investire nei settori produttivi senza i quali non c’è futuro. Il turismo non può essere il settore su cui si fonda il futuro di questa regione.
Dal punto di vista ambientale, torno alla prima domanda. Dal punto di vista dei trasporti, è innegabile vi siano zone quasi totalmente isolate. Un esempio è il caso che abbiamo seguito delle proteste delle lavoratrici del Piedimonte Matese. Infine, la questione del commisariamento e delle infiltrazioni camorristiche ha reso emblematico un trasformismo e una problematicità di generale interesse. Sono necessarie maggiore partecipazione, protagonismo popolare e il sostegno di una società civile organizzata senza i quali non è possibile attuare cambiamenti e fronteggiare le organizzazioni criminali. Il sistema di potere si combatte con una organizzazione che parte dal basso attraverso la partecipazione popolare».
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