
La povertà in Italia sembra essere ormai una condizione cronicizzata. I dati del report ISTAT 2023 raccontano una realtà complessa e stratificata, in cui non solo milioni di famiglie lottano ogni giorno per mantenere la propria dignità, ma dove le politiche pubbliche sembrano incapaci di arginare una disuguaglianza che si aggrava anno dopo anno. Tra inflazione, divari territoriali e disparità sociali, la povertà colpisce in modo sproporzionato le categorie più fragili: minori, famiglie numerose e stranieri. Ma quali sono le radici profonde di questa disuguaglianza?
Il 2023 ha visto un incremento dei prezzi che ha reso più difficile la vita soprattutto per le famiglie meno abbienti, quelle che già si trovavano ai margini della sussistenza. Con un’inflazione al 5,9%, la capacità di spesa delle famiglie povere ha subito un calo dell’1,5% in termini reali. Mentre alcuni gruppi sociali potevano fronteggiare l’aumento dei costi, le famiglie già in difficoltà economica si sono trovate in una situazione sempre più precaria, in cui ogni euro risparmiato diventava essenziale. Per molti, infatti, la spesa è limitata a coprire il minimo indispensabile: cibo, casa e poco altro. Si osserva qui una dinamica di esclusione: mentre il benessere economico sembra mantenersi stabile per alcuni gruppi, altri vengono progressivamente esclusi, creando una frattura sociale sempre più netta.
Nel Mezzogiorno, la povertà colpisce in modo drammaticamente diseguale rispetto al resto d’Italia: oltre il 10% delle famiglie residenti è in condizione di povertà assoluta, un dato che conferma il divario cronico tra Nord e Sud. Questa realtà va oltre le statistiche, poiché il Sud raccoglie oltre un terzo di tutte le famiglie italiane in povertà assoluta. Il rapporto dell’ISTAT mostra che l’incidenza della povertà nel Sud è peggiorata nei comuni metropolitani, con il 12,5% delle famiglie in condizioni di povertà, un incremento rispetto al 2022. Al contrario, le zone meno urbanizzate del Nord sono riuscite a contenere l’incidenza, stabilizzando i dati.
L’emigrazione interna, ancora una realtà, accentua questo divario, portando via giovani e risorse intellettuali. Con una popolazione che invecchia e un tessuto economico fragile, il Mezzogiorno rimane una “zona d’ombra” del Paese, dove le famiglie non solo vivono con meno, ma anche con prospettive sempre più ridotte.
Tra i dati più allarmanti del rapporto, emerge la condizione dei minori. In Italia, il 13,8% dei bambini vive in povertà assoluta, un dato che testimonia quanto sia difficile spezzare il circolo vizioso delle disuguaglianze. Crescere in una famiglia povera significa affrontare una serie di svantaggi strutturali: ridotta accessibilità a istruzione e sanità di qualità, difficoltà di socializzazione e un maggior rischio di esclusione sociale in età adulta.
Questa povertà infantile si traduce in una mancanza di “capitale sociale” che compromette la mobilità sociale. Se il capitale economico è limitato, anche le possibilità di sviluppare reti di supporto e opportunità professionali risultano ridotte, generando una sorta di ereditarietà della povertà. Questo fenomeno evidenzia come il sistema di welfare italiano sia insufficiente nell’offrire un supporto solido ai bambini, limitando la capacità delle nuove generazioni di migliorare le proprie condizioni. In un Paese che predica “la famiglia è la base della società,” i numeri raccontano una realtà in cui chi ha figli paga il prezzo più alto.
Nonostante il lavoro sia considerato il rimedio contro la povertà, il rapporto mostra come, tra le famiglie con persona di riferimento operaio o assimilato, l’incidenza della povertà assoluta abbia raggiunto il 16,5%, il valore più alto dal 2014. Il 20,7% delle famiglie in cui il capofamiglia è disoccupato vive in povertà assoluta, segno che la mancanza di un’occupazione stabile o di adeguate garanzie retributive lascia molti italiani senza una rete di sicurezza. Per molti, avere un lavoro non è sufficiente a uscire dalla condizione di povertà, aumentano per tali motivi i cosiddetti lavoratori poveri.
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