
Ci si può imbattere in una scultura di Juan Garaizabal in una delle numerose città in cui l’artista ha vissuto o lavorato: Berlino, Shangai, Miami, Parigi, Madrid. Più recentemente, una scultura è comparsa anche sulla Grand Plage di Biarritz, in Francia. Nato a Madrid, Garaizabal è uno scultore riconosciuto internazionalmente per la capacità di generare un dibattito intorno all’urbanismo, attraverso la riscoperta di edifici ormai andati persi, che riprendono vita attraverso l’arte contemporanea. Oggi, l’artista lavora tra Madrid e un paesino nella Alcarria di appena 1600 abitanti, circondato dalla mancha spagnola.
Quando sono arrivata a Cifuentes, dove sono stata tre mesi per assisterlo nella realizzazione delle opere e nella loro diffusione, la prima cosa che ho visto è stato il suo studio d’arte. Appena a lato del cartello che lo segnala come una tappa del Cammino di Santiago, Juan Garaizabal ha preso in gestione un silo sormontato da un globo di metallo. Qui, accoglie ogni anno decine di studenti internazionali, tra i quali io, che contribuiscono alla creazione di opere destinate a fare il giro del mondo.


«Adesso il mio centro d’arte è in Spagna, ma è stata quasi una sorpresa, perché ho sempre lavorato internazionalmente. Mi sono formato a Parigi, poi trasferito a Berlino e poi negli Stati Uniti, non credevo che sarei tornato in Spagna». Invece, è proprio in questo paesino di 1600 abitanti che Garaizabal progetta e realizza opere che invia in tutto il mondo. Ad esempio, questo maggio ho assistito all’installazione Les Bains Napoléon a Biarritz, in Francia, una scultura monumentale che ricostruisce un edificio andato distrutto più di un secolo fa. La scultura è parte della serie Memorias Urbanas che tentano di rimettere al centro dello spazio urbano quegli elementi architettonici ormai andati persi.
Juan ha iniziato la serie a Berlino nel 2012, ricostruendo la Bethlems Bohmishe Kirche, andata distrutta durante la Seconda guerra mondiale, un evento emblematico per la storia della città tedesca. Oggi, con i suoi lavori mantiene l’interesse nello svelare aspetti e dettagli generalmente dati per scontati o dimenticati. L’intento del lavoro è anche tracciare delle connessioni tra i luoghi, tra il silenzio della Alcarria e il caos della città moderna, creando dei veri e propri portali. Gli interventi di arte urbana, secondo Garaizabal, «devono essere pochi e significativi», cioè capaci di restituire delle sensazioni a chi sta guardando. Oltre alla “perfetta integrazione tra l’elemento artistico con il paesaggio urbano o naturalistico che lo circonda”, Juan si propone di creare delle connessioni tra i luoghi, instaurando dei legami impercettibili tra una città e l’altra. Come in un gioco di specchi, le strutture ideate da Juan per essere leggere e luminose si riflettono l’una nell’altra.
Incontrando il pubblico, qualche settimana dopo l’installazione dell’opera, nella Mediateca di Biarritz, Juan ha spiegato come i Bagni fossero importanti all’epoca. Inaugurati nel 1857, sono stati infatti un simbolo della conversione di Biarritz da paesino di pescatori a città moderna. Interrogandosi sul significato dell’opera, gli abitanti della città, così come i tanti turisti di passaggio, riescono ad avvicinarsi ad un pezzo della storia che non conoscevano. La discussione si è conclusa con una performance in cui Garaizabal ha effettivamente restituito lo skyline della città francese sotto gli occhi dei suoi residenti, attraverso un disegno in tempo reale. «Ho mancato qualcosa?», chiede con ironia al pubblico. Un coraggioso risponde «sì! manca la luna!». Quando anche la luna è al suo posto, Juan colloca poi una miniatura della scultura che ha appena inaugurato sul lungomare. È una versione più piccola, rispetto ai 9 metri di altezza raggiunti da quella reale, ma restituisce lo stesso bagliore elegante. Come per gioco, un pezzo di Biarritz è tornato al suo posto.
La memoria urbana è qualcosa di delicato, variabile, sottile proprio come un disegno nell’aria. Il senso, per lo scultore, sta proprio nella possibilità di aprire una discussione su ciò che c’era e ciò che è rimasto, nutrendo fiducia nella capacità dell’arte contemporanea di divenire uno strumento utile a questo scopo.
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