

Da mito a mistero. Di Cuba sappiamo pochissimo: ci arrivano notizie di blackout, di un embargo rafforzato dagli Stati Uniti di Donald Trump, di un popolo senza combustibile e della possibile chiamata alle armi da parte del governo cubano per difendere il mito della “Revolución”.
Ma cosa sta accadendo davvero a Cuba? Cosa omettono i media quando raccontano la sofferenza di un popolo che sta resistendo con il sangue tra i denti?
Sono un cronista e il mestiere mi spinge a cercare risposte restando ancorato alla realtà. Per questo ho deciso di volare a Cuba, in un viaggio di oltre 900 km tra L’Avana e Santiago. A ospitarmi è una famiglia cubana del ceto medio-basso che vive nella città “caliente” di Santiago, proprio nei luoghi che diedero avvio alla Rivoluzione di Fidel Castro e Che Guevara.
Ho vissuto giorno e notte con loro, muovendomi tra le città per capire i drammi autentici che sta vivendo la popolazione: dal costo dei beni alimentari alla crisi finanziaria che tiene in ostaggio stipendi e pensioni.
Ma prima di addentrarci nella vita quotidiana di un cubano nel 2026 occorre partire da alcuni dati essenziali. Il primo riguarda l’affondo di un attore geopolitico che da decenni monitora da vicino l’andamento dell’isola e del suo governo. Gli Stati Uniti d’America, sotto la presidenza di Donald Trump, hanno rafforzato lo storico embargo con una misura letale: sanzioni e minacce di dazi – ergo, guerra economica – nei confronti degli Stati che vendono petrolio all’Avana.

Un cappio al collo per un’isola che produce soltanto il 40% del combustibile di cui ha bisogno e che ha perso il suo principale partner: il Venezuela, storico alleato per le forniture di greggio.
Gli Stati Uniti riorientano le proprie logiche di potenza geopolitica richiamandosi alla storica “dottrina Monroe”, con una nuova spinta verso il rafforzamento delle interdipendenze con gli Stati dell’emisfero occidentale, sul quale Washington vuole consolidare la propria influenza. Il prossimo bersaglio da affondare ha un nome ben preciso. L’assedio a Cuba è già iniziato.
C’è uno spettro che gira per le strade di Santiago e, no, non è quello del comunismo. Si chiama olio di semi di girasole. Tutti ne parlano ed è diventato quasi il metro attraverso cui i cubani misurano quanto il Paese stia male. Dall’inizio del 2026 i beni alimentari hanno subito un’impennata inimmaginabile.
Secondo il cambio valuta ufficiale, un euro equivale a 28 pesos cubani – dato al 26 agosto 2026. Un valore riconosciuto ufficialmente, ma che si scontra con la realtà dei quartieri, dove l’euro è ricercatissimo e il cambio arriva a un euro per 785 pesos cubani.
Per gli europei, quindi, Cuba continua a essere economicamente vantaggiosa. Il discorso cambia completamente per i cubani, che vedono il proprio potere d’acquisto drasticamente ridotto rispetto al periodo pre-Covid. Per capirlo dobbiamo guardare allo stipendio medio e alle pensioni sociali.
Lo stipendio medio di un cubano si aggira intorno ai 7mila pesos al mese. C’è chi vive con 14mila pesos mensili – è il caso di una parte del personale ospedaliero – e chi, invece, deve accontentarsi di 4mila.

Ricordate la bottiglia d’olio di cui abbiamo parlato? Oggi costa 5mila pesos. Un uovo ne costa 350. Una bombola di gas 60mila. Un avocado 300. Una libra di picadillo de pollo (450 grammi) costa tra i 780 e gli 800 pesos. Il picadillo è la carne più economica e che tutti i cubani comprano, si tratta di carne di pollo macinata. Il carburante, invece, supera i 3mila pesos al litro. Un caffè ne costa 30.
E se questa è la situazione per chi percepisce uno stipendio, per i pensionati la dinamica è ancora peggiore. La loro sussistenza deve essere garantita dai circa 3mila pesos al mese riconosciuti dallo Stato come pensione sociale.
Capite bene che, con questi prezzi, la vita di un cubano medio si trasforma in una lotta costante per riuscire a mettere qualcosa nel piatto. Le difficoltà ci sono anche nel cucinare, con il gas inaccessibile e senza corrente elettrica, le famiglie sono passate a cucinare con carbone, chi non riesce a comperarlo alimenta la sua mini-grill dando fuoco al cartone.

Ma le difficoltà legate agli stipendi e alle pensioni non finiscono qui. Gli stipendi di diversi lavoratori saltano per lunghi mesi. «Sai da quanto tempo sono senza stipendio? Cinque mesi», mi dice un’infermiera poco più che quarantenne durante una conversazione in cucina.
Quando lo stipendio arriva, viene accreditato sulla tarjeta, una carta a disposizione dei lavoratori attraverso la quale possono effettuare acquisti. Ma oggi un cubano non può spendere liberamente il denaro presente sulla propria tarjeta, frutto del proprio lavoro: la spesa consentita è limitata a 1.200 pesos al giorno e riguarda esclusivamente beni alimentari. Raggiunto il limite, non è più possibile utilizzare il proprio denaro.
E se voglio prelevarlo? Si va alla BPA, il Banco Popular de Ahorro, riconoscibile dalla calca di persone che aspettano il proprio turno. Le file sono lunghe e il motivo è semplice: la banca non ha abbastanza contante. Non può distribuirlo a tutti e, soprattutto, non è possibile prelevare liberamente quanto si desidera. «Ora ne stanno dando tremila», mi dice sconfortata una signora nel suo piccolo negozio al dettaglio.
Per i pensionati la situazione è drammatica. La celebre libreta, attraverso la quale lo Stato garantiva l’accesso ai beni essenziali, oggi sembra quasi un oggetto d’arredamento. C’è chi la conserva nel ripostiglio, ricordo di un tempo che forse non tornerà più.
La tragedia è che esiste un serio problema di sostentamento, con il conseguente rischio di malnutrizione per chi vive di una pensione sociale. Mentre percorro la Enramada, la strada principale di Santiago, sento un corpo esile abbracciarmi da dietro. Mi giro: è Juan Alberto.
È un anziano con cui mi ero intrattenuto a conversare al Parque Céspedes durante i preparativi per le celebrazioni del centesimo anniversario della nascita di Fidel Castro. Porta con sé uno strano sacco. Dentro ci sono cartoni ritagliati in forma rettangolare.
«Che ci fai con quello?», gli chiedo, provando a immaginare una risposta più dolce della realtà.
«Eh Antonio, stanotte dormo al banco. Prendo il mio numero e così domani sono tra i primi a ritirare la pensione. Ora ne passano 1.500».
Mentre me lo spiega, prepara i suoi cartoni sul muretto esterno della banca: un letto scomodo, ma pieno di dignità. Lungo quel muretto ci sono altri cartoni e altre persone che, come lui, dormiranno lì per essere tra i primi a ritirare 1.500 pesos della sua pensione.
Il turismo all’Avana è poco, a Varadero qualcosa in più. A Santiago quasi non esiste, se non per qualche fugace passaggio di piccoli gruppi. Il perché è semplice: se all’Avana la mancanza di corrente non è ancora un problema capillare come nel resto del Paese, a Santiago lo è.
Avevamo in media due ore di corrente al giorno e arrivavano prevalentemente nel cuore della notte. Te ne accorgi immediatamente: le luci si accendono, i ventilatori cominciano a girare e bisogna alzarsi dal letto.
Il primo obiettivo è mettere sotto carica qualsiasi dispositivo possibile: cellulari, ventilatori portatili, torce e piccole lampade che serviranno quando la corrente andrà nuovamente via. Il frigorifero non riesce a raffreddarsi in due sole ore; quindi, si continua a bere acqua tiepida. Però c’è il tempo di preparare un frullato.
La signora che mi ospita mi racconta che un tempo era tradizione berlo a colazione. Poi si ferma e guarda il microonde, il frullatore, il frigorifero e il congelatore.
«Non funziona niente», mi dice.
Guardo anch’io quegli oggetti e biascico due parole nel mio spagnolo malconcio: «Es como un museo».
Lei ride. «Sí, y la libreta es como una pintura». (Sì, e la libreta è come un quadro).
La mancanza di corrente e la crescente percezione di insicurezza hanno contribuito a scoraggiare il turismo. I luoghi della movida internazionale a Santiago assumono quasi un aspetto distopico: bar vuoti, piscine i cui ingressi si contano sulle dita di una mano. Ma il peso del problema elettricità si sente soprattutto nelle grandi palazzine multipiano, dove gli ascensori si fermano e rendono difficile portare una spesa alimentare che va fatta quotidianamente, dato che senza corrente è impossibile conservare gli alimenti.
La Revolución non si difende così. L’omicidio del mito cubano ha un esecutore materiale: gli Stati Uniti d’America, con Donald Trump e Marco Rubio in prima fila. L’impero statunitense sta provando a esportare la democrazia attraverso la fame e, cosa ancora più triste, l’Europa sembra incapace di esercitare un peso politico autonomo.
Al momento, i convogli che arrivano al porto di Santiago trasportano anche donazioni provenienti da questi Paesi, principalmente beni alimentari, su tutti il riso.
Le due potenze orientali non vogliono compromettere equilibri già fragilissimi con gli Stati Uniti, soprattutto in una fase in cui l’attenzione internazionale è rivolta al controllo delle principali rotte e degli stretti marittimi.
Cuba non è più la pedina centrale che fu durante la Guerra fredda. Il riposizionamento strategico degli Stati Uniti ha costretto Pechino e Mosca a rimodulare le proprie priorità.

Se Fidel continua a piacere a molti, non si può dire lo stesso di Miguel Díaz-Canel, l’attuale presidente. Tante delle persone con cui ho parlato lo definiscono impreparato. Ma, al di là delle opinioni di un popolo affamato, cosa racconta la realtà?
Le sedi del PCC, il Partito Comunista Cubano, nei diversi quartieri sono frequentate soprattutto da qualche anziano. Spesso sono completamente vuote. I cubani non ricevono più una vera spiegazione politica su cosa significhi oggi difendere la Rivoluzione.
Díaz-Canel continua ad affidarsi molto al mezzo televisivo, con un paradosso evidente: gran parte dell’isola trascorre molte ore al giorno senza elettricità. La classe dirigente cubana appare impreparata ad affrontare un momento di profonda crisi identitaria del Paese e degli stessi ideali rivoluzionari.
Molte delle comunicazioni che raggiungono effettivamente i cittadini sono veicolate sui social network, ma sono caratterizzate da un pressappochismo politico che viene percepito come insufficiente e spesso liquidato come “propaganda”.
A Santiago de Cuba il partito provinciale è guidato da Beatriz Johnson Urritia, Prima Segretaria del PCC e membro del Comitato Centrale e del Consiglio di Stato. In un momento in cui per molti santiagueros la quotidianità è diventata una lotta per la sopravvivenza, la comunicazione istituzionale si limita spesso a brevi avvisi pubblicati su Facebook. Gli incontri pubblici sono rari. Qualche mese fa Johnson era solita percorrere una volta alla settimana la Enramada per parlare con i commercianti.
«Quando vedi la Johnson, scappa!», mi dice ridendo un operaio senza lavoro da mesi. L’eredità di Castro e della Revolución sembra non essere mai passata davvero di mano.
In tutti questi anni Cuba non è riuscita a costruire una classe dirigente all’altezza delle sfide epocali di un mondo che cambia. La preparazione teorica e il coinvolgimento delle masse, un tempo baluardi degli ideali rivoluzionari, si sono dispersi nei social network di politici che si limitano a grafiche, avvisi e post dedicati a leader ormai defunti. Se questo è il PCC chiamato oggi a governare Cuba, allora la tenuta del sistema appare seriamente compromessa.
«Io dico che ci vuole Bukele», mi dice, inferocita, un’anestesista. Il declino del comunismo cubano potrebbe essere già iniziato.

Di certo, qualsiasi cosa accadrà, resteranno i cubani e il loro attaccamento alla vita. La famiglia che mi ha ospitato mi ha trattato come un figlio e ho avuto la possibilità di stringere legami sinceri, sorretto dalla gioia e l’ospitalità del popolo cubano.
La loro capacità di resistenza è un insegnamento del valore della dignità e del rispetto di sé; Cuba sta affrontando uno dei periodi più difficili della sua storia e vedere le persone sorreggersi a vicenda nella sofferenza mi consegna nelle mani una piccola certezza: i cubani resisteranno sempre alla storia con dignità. La stessa che l’Unione Europea perde quando sceglie di non guardare queste barbarie.
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