
Visitare l’Indonesia è un’impresa alquanto ardua e complicata, considerato che il Paese asiatico è un arcipelago costituito da circa 18mila isole, il più grande del mondo. Ci vorrebbe tutta una vita, e molto probabilmente non si riuscirebbe nell’intento. Senza dubbio, però, uno dei suoi posti più affascinanti è l’isola di Bali, meta sempre più gettonata tra chi, come me, la sceglie per il suo viaggio di piacere. Il mio è stato suddiviso in tre tappe, scelta motivata dalla possibilità di poter abbinare attrazioni ed esperienze culturali a quelle che più si addicono al relax e allo svago: Ubud, Isole Gili e Seminyak.
La mia avventura inizia a Ubud, posizionata nell’entroterra, forse la città in cui dedicare più tempo alla cultura a Bali. Un territorio ricco di storia, monumenti, templi e paesaggi mozzafiato, nel quale etnie e religioni presenti sembrano fondersi nonostante le differenze tra esse. Se nell’intera Indonesia prevale l’Islam con quasi il 90% dei cittadini di fede musulmana, qui la stessa percentuale è occupata dall’induismo, seguito proprio dal musulmanesimo, dal cristianesimo protestante, dal cattolicesimo e dal buddismo. C’è molto rispetto dell’altro in giro, dei suoi modi di pensare e di agire, ma anche di credere. Nel breve lasso di tempo trascorso in questo scorcio balinese, diverse sono le cose che mi hanno colpito particolarmente: innanzitutto, il sorriso stampato in faccia alle persone del posto a prescindere dallo stato d’animo e dalla condizione economico-sociale vissuta; poi, il loro sentirsi in dovere di offrire aiuto a chi potrebbe avere delle difficoltà, condizione nella quale mi sono trovato più volte.
Durante le ultime ventiquattro ore di soggiorno a Ubud, per la strada di ritorno da Lempuyang Temple il navigatore ci suggerisce un percorso diverso rispetto all’andata. Una tratta della durata di circa tre ore da fare in scooter, trascorse perlopiù nel verde incontaminato e incrociando alcuni piccoli villaggi. Una fortuna inaspettata, dato che non avevo programmato visite in questi luoghi nascosti dell’isola. Mentre ci fermiamo per un attimo in una stradina deserta e con qualche abitazione (giusto il tempo di riacquisire mobilità alle gambe quasi paralizzate), si avvicina una bambina di circa dieci anni. Ci saluta ed è curiosa di capire cosa ci facessero lì “due individui così diversi”, due turisti così lontani dal centro (per tutto il viaggio sono stato accompagnato da un vecchio amico, Davide). Non capiamo la sua lingua e lei spiccica soltanto pochissime parole in inglese. Decisi di regalarle 60mila rupie, l’equivalente di poco più di tre euro. Incredula e sorpresa mi sorride, correndo subito dalla nonna. Un’espressione che non dimenticherò mai.
Delle tre isole Gili, facenti parte della regione di Lombok, scelgo Trawangan per i miei giorni. Non ero mai stato in un luogo dove non esistesse carburante, quindi né automobili né scooter. Solo biciclette e piccoli cavalli per gli spostamenti, anche perché per il giro completo dell’isola sono necessari solamente 45 minuti su due ruote. Un minuscolo punto sulla carta geografica, invisibile, che attrae turisti da ogni parte del mondo. Sembra quasi di non essere in Indonesia. Un piccolo paradiso su cui però gli animali vengono sfruttati, ritrovandosi a dover trasportare turisti e bagagli, un peso esorbitante sotto il caldo torrido. Immagini che han fatto sanguinare il mio cuore.
A Seminyak facciamo l’ultimo pit-stop prima di tornare in Italia, di nuovo sul territorio di Bali. La città somiglia tanto a Ubud, almeno dal punto di vista architettonico, ma incentra il proprio turismo sulla movida. Qui ho avuto modo di conoscere un altro aspetto del modus vivendi dei balinesi e, probabilmente, di tutti gli indonesiani: le parole “rubare” o “furto” sono bandite dai vocabolari, azioni che equivalgono quasi ad un omicidio. Me ne accorsi durante una giornata trascorsa al mare, quando lasciammo la chiave dello scooter, parcheggiato nei pressi di una strada super trafficata, nel quadro di accensione. Dopo 5-6 ore un passante scese in spiaggia (ricordo che c’erano più di 200 gradini per arrivarci) con una chiave in mano e si avvicinò a tutti i presenti chiedendo di chi fosse. Solo quando arrivò da noi ci accorgemmo che era nostra. Questa è un’altra delle cose che ricorderò del mio viaggio qui: la disponibilità, la spensieratezza, nonostante i problemi che attanagliano il Paese.
Uno dei tanti è quello ambientale: a Seminyak, così come a Ubud, le strade sembrano essere poche rispetto al numero di abitanti, e quindi finiscono per diventare città dello smog, dove i marciapiedi si trasformano in corsie preferenziali per gli scooter. La storia dell’Indonesia è stata difficile anche per la presenza di risorse minerarie, che hanno attirato prima le mire di olandesi e giapponesi ed ora quelle di cinesi e americani.

Tra le tante risorse ce n’è una che è diventata particolarmente rilevante per lo sviluppo del Paese: il nichel, un metallo fondamentale per produrre acciaio inossidabile e sempre più centrale nella transizione energetica, perché adoperato nella produzione di batterie elettriche. Esso è stato scoperto in Indonesia, per la prima volta, nel 1901, ma la produzione è stata sviluppata solo nel corso degli anni ’60 e ’70: in questa fase l’obiettivo era la pura estrazione del minerale, che poi sarebbe stato raffinato all’estero.
Dal 2014 le cose sono cominciate a cambiare grazie al divieto di esportazione di minerale di nichel, imposto dal Governo al fine di favorirne la lavorazione sul suolo indonesiano. Questo processo ha favorito la nascita di impianti di lavorazione in loco che, viste le ingenti riserve minerali del Paese, raggiungono scale colossali, garantendo economie di scala e prezzi irraggiungibili dalla competizione. Questo processo ha portato l’Indonesia a scalare la classifica dei produttori mondiali, arrivando a fornire il 47% (2022) del nichel prodotto nel mondo; e gli aumenti di produzione non accennano a fermarsi, portando ad un calo dei prezzi sui mercati internazionali ed al fallimento della concorrenza.
Nonostante sia innegabile che lo sviluppo del settore del nichel stia dando un contributo importante allo sviluppo economico dell’Indonesia, catapultando il Paese al centro di uno dei mercati più importanti della transizione energetica, non va sottovalutato un tema fondamentale: l’ambiente. Per estrarre il metallo dalle rocce viene utilizzata una tecnologia nota come HPAL (“high-pressure acid leaching”), che fa uso di acido solforico, alte pressioni (70 volte quella atmosferica) e alte temperature (250°C) per convertire la materia prima di bassa qualità in un prodotto di ottimo livello. Ma il risultato è la produzione, per ogni tonnellata, di 1,4-1,6 tonnellate di fanghi di difficile smaltimento che, in alcuni casi, vengono riversati nel mare, con un impatto ambientale spaventoso. C’è, poi, da considerare che l’energia utilizzata per tenere in funzione questi impianti viene quasi esclusivamente dal carbone, che costituisce la principale fonte energetica per l’Indonesia. E, in ultimo, va considerato l’importante impatto che il settore minerario ha nel disboscamento delle foreste indonesiane, uno dei polmoni verdi del pianeta, e sulle comunità che le abitano.
Gli impianti di produzione con tecnologia HPAL hanno costi molto elevati a causa della scala e dell’uso di condizioni operative estreme, che richiedono macchinari di alta qualità. Questi costi non sarebbero sostenibili per un Paese in via di sviluppo, se non fosse per l’enorme interesse che le compagnie straniere hanno nel settore: interesse che permette di sbloccare investimenti miliardari. A farla da padrone sono le compagnie cinesi, ma non sono da trascurare compagnie occidentali, giapponesi e brasiliane. Il caso dell’Indonesia deve far riflettere sul modo in cui concepiamo la transizione energetica: basterà davvero elettrificare tutti i settori delle nostre vite ed economie per evitare il collasso ambientale? O in realtà sono i modelli di crescita ad essere sbagliati ed insostenibili? E, soprattutto, scaricare gli effetti più drammatici della crisi climatica sui Paesi in via di sviluppo è considerabile un’opzione valida?
di Donato Di Stasio e Roberto Giuliano
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