
Settembre 2018. Per le strade italiane compare un cartellone pubblicitario destinato a suscitare forti polemiche, non tanto per l’immagine della ragazza intenta a salire su un bus rosso, quanto per la scritta in alto che accompagna la scena: “Porta al Nord il meglio del Sud“.
La pubblicità è firmata da BusItalia, la società di Ferrovie dello Stato che si occupa del trasporto su gomma.
Il tempo di una foto, una condivisione su internet e le polemiche esplodono. Poi, col giusto cerimoniale, arrivano le scuse commosse e calibrate. Ma il messaggio è chiaro. E lo resta anche dopo sette anni. A ricordarcelo è Cristina Trey, senatrice dei dottorandi al Politecnico di Torino e componente di REST Campania Network. Quel cartellone, dice, ci grida una verità dolorosa: che lo Stato tollera il Sud, ma non lo considera. Ne consuma i frutti, i lavoratori, gli studenti, ma si rifiuta di nutrirlo. Quella scritta ci ricorda che il meglio del Sud è ciò che può essere portato via. Il resto può essere abbandonato. È da questa consapevolezza che nasce REST. Un progetto avviato per rivendicare il diritto a costruire un futuro attraverso una contro-narrazione fatta di resistenza e volontà di restare. «Dopo anni di attivismo nelle scuole, nelle università, nelle nostre città ci siamo resi conto che mancava uno spazio comune, capace di mettere in rete esperienze anche molto diverse: dalla piccola associazione di paese, spesso isolata, ai collettivi più strutturati. Questo perché manca una visione condivisa. Manca un luogo dove riconoscerci senza dover rinunciare alla propria autonomia».
Un progetto, nato da un anno, che vuole offrire uno spazio di discussione e coordinamento a livello regionale di realtà giovanili e studentesche, con un focus preciso sul diritto a non andare via dai propri territori. «Con Resta – prosegue Trey – stiamo sperimentando un modello diverso. Niente strutture rigide, niente confederazioni. Ci si incontra sui temi, si lavora insieme dove c’è convergenza. E domani, su un altro tema, si può essere in disaccordo, ma intanto si rompe l’isolamento, si crea una forza collettiva. REST vuole essere uno spazio attraversabile: un luogo che eviti dinamiche per cui, se non ti riconosci in una sigla sei fuori».

Negli ultimi anni questa parola ha cominciato a essere presente con forza crescente nei discorsi dei giovani del sud. Eppure, se ci si ferma ci si accorge che restare non è mai stata una possibilità nel senso pieno del termine.
Restare è sempre stato un compromesso o una rinuncia: perché chi resta spesso lo fa senza alternativa e chi parte (quasi mezzo milione di italiani nel triennio 2022-24, l’ISTAT) lo fa con l’amaro in bocca. Per questo oggi parlare di diritto a restare significa riscrivere una grammatica intera. Significa smascherare un’ingiustizia che non è fatta solo di treni o strade dissestate. Per questo restare per Cristina non è romanticismo. Da qui nasce il lavoro su ciò che permette davvero di non partire: «Il diritto all’abitare, al lavoro non precario, a una socialità non consumistica, al verde, al trasporto pubblico». Ci parla con lucidità «I cittadini fuori dal Sud sanno di essere cittadini di serie B. Non possiamo andare al Nord e meravigliarci per una metro che passa ogni tre minuti: dovrebbe essere la normalità e non il miracolo».
Ma REST non è solo denuncia, ma anche costruzione «Crediamo sia fondamentale concretizzare questi principi in luoghi fisici attraverso sportelli lavoro, orientamento, corsi di formazione, insomma, tutte quelle politiche utili che possiamo costruire insieme tramite la progettazione sociale. Non vogliamo che nessuno ci regali niente. Se oggi non c’è uno spazio per noi, lo costruiamo noi». Ma il rischio è che ci si illuda che la mobilitazione online basti. «Può essere utile, ma è anche pericoloso: si rischia di restare in una bolla, senza contaminare altri spazi. Cosa succede al tuo attivismo se domani cancellano Instagram?». Per questo, ci dice, bisogna tornare in piazza. Bisogna occupare luoghi e immaginari.
«Non è semplice, lo sappiamo. Soprattutto oggi in cui parlare di diritti è già di per sé un rischio. Ma io penso che ci vogliano fragili, soli, precari proprio per impedirci di attivarci. Se materialmente non posso e se mi dicono che l’altro è il mio nemico. Allora è difficile, ma non impossibile perché come recitava uno slogan ai tempi dell’università: siamo realisti, esigiamo l’impossibile».
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