
Da questa consapevolezza nasce una realtà giovanile che in pochi mesi ha messo a fuoco ciò che la politica locale ha teso a mettere in secondo piano: la condizione di chi, tra i venti e i quarant’anni, prova a costruirsi una vita a Napoli e si scontra ogni giorno con un muro.
«Ci siamo incontrati nell’ambito della politica universitaria», racconta Arianna, una dei membri fondatori. «Poi ciascuno ha preso strade diverse, ma ci siamo ritrovati tutti nella stessa situazione». Arianna, Cristina Trey, Emanuele Elefante, Ernesto Micheli e Cristina Zambardino formano il nucleo originario del collettivo — ad oggi sono una decina in tutto, senza ancora una forma giuridica definita, ma con un’identità politica precisa. Età media: sulla soglia dei trent’anni. Condizione comune: instabilità lavorativa e abitativa.
Il progetto nasce da una rete più ampia, Rest Campania, e da un tavolo di lavoro su spazi in cogestione. Il progetto iniziale era aprire una sede fisica in cui potersi confrontare su questi temi. La città, però, ha opposto resistenza: tra affitti inaccessibili e mancanza di ascolto istituzionale, lo spazio fisico rimane ancora un’idea. «Fare le cose a Napoli, se non puoi comprare o affittare, è molto complesso, soprattutto in maniera continuativa», afferma Arianna.
La città negli ultimi anni ha vissuto una trasformazione radicale. Il turismo di massa, i prezzi degli immobili alle stelle, il fenomeno degli affitti brevi: Napoli è sempre più appetibile sul mercato, ma sempre meno abitabile per chi ci vive. «Sono tornata dopo un periodo fuori e mi sono trovata persa», racconta Arianna. «Ho trovato una città completamente cambiata, mangiata dal turismo, in cui i miei vecchi punti di riferimento erano spariti. Bisogna crearne di nuovi». Un amico le ha mostrato il tatuaggio che si era fatto: una cartolina di Napoli con scritto sotto “leva mano” — l’amore e insieme la resa, un binomio tra cui vivono buona parte dei giovani che decidono di emigrare.
REC parte da qui, da questo cortocircuito emotivo e strutturale. La premessa è nostalgica, ma l’intento è politicizzare un malessere che troppo spesso veniva vissuto come problema individuale. «Ci siamo resi conto che in altri contesti politici questo tema emergeva sempre come sintomo di qualcos’altro», spiega Arianna. «Noi invece volevamo partire da lì, farne il centro».
Una delle riflessioni più originali del collettivo riguarda la categoria stessa di «giovane». Al sud, notano i fondatori di REC, l’etichetta si è allargata fino all’assurdo: fino ai quarant’anni sei ancora «un guaglione». Un prolungamento dell’adolescenza che non ha niente di romantico — è infantilizzazione strutturale. «Ho provato a comprare casa e mi chiedevano del garante, del reddito dei genitori», racconta Arianna. «Persone che curano altri, che gestiscono responsabilità enormi, e al momento di firmare un contratto d’affitto devono portare la firma di mamma e papà. Anche al nord funziona così».
Questa condizione sospesa — adulti anagrafici a cui non viene riconosciuta autonomia effettiva — è al cuore del disagio che REC vuole trasformare in pratica politica. «Chi è precario, chi lavora in nero, chi fa il dottorato: non si può permettere di fare politica. Non ha il tempo, non ha lo spazio», dice Arianna. «Noi volevamo creare qualcosa per chi ha superato l’università ma non è entrato in un sindacato. Una terza via che si costituisce come spazio di dialogo».
Sul piano operativo, il collettivo si muove su più fronti: assemblee interne, partecipazione a reti territoriali come Rest Campania e il comitato per la sentenza CEDU sulla Terra dei Fuochi, e poi gli aperitivi — diventati nel tempo una forma ibrida tra socialità e dibattito. L’idea è semplice: raccontare storie, creare intimità, costruire comunità. In un evento sociale, temi complessi come gentrificazione, precarietà lavorativa e diritto all’abitare diventano conversazioni. «Le persone si proponevano da sole per raccontare, e da lì partiva la discussione», spiega Arianna. Un format che funziona perché non separa il personale dal politico, ma li intreccia.
Cosa significa, in fondo, restare? REC è attento a non farne una retorica localista. «Voler restare non significa chiusura», sottolinea Arianna. «È soltanto qualcosa che parte dal desiderio di stare dove il cuore batte, e poi da lì potersi spostare, poter tornare. Deve essere una scelta e non l’unica via per realizzarsi». Restare, nel vocabolario del collettivo, si intreccia con il diritto a un ambiente salubre, a spazi transfeministi, a una città accogliente per le persone LGBT. È un concetto che si allarga, che guarda alla geopolitica, che rifiuta di restare provinciale proprio mentre difende il diritto alla provincia.
Il discorso che nasce dal diritto all’abitare si è strutturato, in poco più di un anno, in uno spazio di elaborazione collettiva. Piccolo, ancora informale, ma vivo, in un panorama in cui la città sembra appartenere sempre meno ai cittadini.
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