
Riccardo Valentino sale sul ring sapendo una cosa sola: non è venuto per perdere. Nemmeno quando il palazzetto è contro di lui, nemmeno quando il campione in carica gioca in casa, nemmeno quando all’ottavo round, nell’angolo, qualcuno gli dice che ai punti sta sotto. È lì che smette di fare calcoli. È lì che decide di tirare fuori la rabbia. Non una rabbia generica, da slogan sportivo. Ma quella precisa, personale, che arriva da lontano. «Era il momento del KO», dice. E il KO arriva davvero. Perché certe volte la boxe non è strategia, è una resa dei conti.
Marcianise, per Riccardo, non è solo una città. È una radice. È il nome del maestro Brillantino, il primo a credere in lui quando aveva sedici anni e la sveglia suonava alle sei del mattino. Prima di scuola, prima di tutto, c’era da spingere un’auto. Non per punizione, ma per costruire resistenza. Corpo e testa. «Se non fosse stato per lui, oggi non sarei qui». La boxe gli ha dato una direzione presto. Titoli da dilettante, il Guanto d’Oro, la Forestale nel 2014. Non più solo passione: una ragione di vita. Quando diventa professionista, Riccardo non cerca scorciatoie. Accetta match veri, perché ha già imparato cosa vuol dire stare sotto pressione. Anche all’estero. Anche quando perdi.
Nel 2023, in Germania, contro Altin Zogaj, perde ai punti un titolo europeo IBO in un palazzetto ostile, cinquemila persone contro, forse anche l’arbitro. Ma da quella sconfitta esce con una certezza nuova: può stare a quel livello. Non è una promessa, è una prova. Riccardo dice che rifarebbe tutto uguale. Perché il pugilato, prima che uno sport, è un maestro. Ti insegna che sei solo. Sul ring come nella vita. E che il futuro è una conseguenza diretta delle tue scelte. Combatte ogni giorno contro se stesso. Contro i limiti fisici, contro la stanchezza, contro la mente che a volte si annebbia. La lucidità, dice, è tutto. Se la perdi, perdi anche il tempo dei colpi. E il tempo, nella boxe, è una cosa spietata. Ogni vittoria la dedica a suo padre. Un padre che non c’è più, ma che lui sente addosso. Nella resistenza. Nella capacità di rialzarsi. Nel restare in piedi quando il corpo vorrebbe mollare. Ognuno combatte anche per qualcun altro, dice. È quel “qualcun altro” che ti impedisce di fermarti.
Non si considera un esempio, ma sa che qualcuno lo guarda così. In palestra parla con i ragazzini, fa sparring, spiega esercizi, condivide fatica. Sente la responsabilità di dimostrare che il successo non nasce dal talento, ma dalla lealtà e dal lavoro. E quando i suoi compaesani lo seguono, ovunque combatta, si sente a casa. Sempre. Portare il nome di Marcianise in alto, per lui, è anche un atto politico. Una restituzione. Una città che non è solo cronaca nera, camorra, immondizia, ma persone perbene, studio, impegno. Una dignità da difendere a colpi di disciplina. Quando si toglie i guantoni resta Riccardo. Trent’anni, un lavoro, una famiglia, amici. Dentro di me , dice, convivono tre identità: carabiniere, pugile, uomo. Nessuna annulla l’altra. Se il pugilato potesse parlare al suo posto racconterebbe di un ragazzo cresciuto senza padre, in un contesto dove le scorciatoie criminali sembrano seducenti. Racconterebbe di una scelta fatta controcorrente. Di sacrificio. Di sudore. E di salvezza. La sua forza, racconta, nasce dalla rabbia. Da quella mancanza originaria. Dalla madre che si è spezzata in quattro senza far mancare nulla. Quando sale sul ring immagina una vita che non ha avuto. E allora inizia la danza.
Se potesse chiudere un ultimo match interiore, sarebbe un mondiale. E il KO lo darebbe alla malinconia. Quella che certe notti non lo fa dormire. Quella che continua a sognare un padre accanto. Sul ring, almeno per dieci riprese, riesce a metterla all’angolo.
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