
Pochi di noi sanno che il 10 febbraio del 2020 è stata approvata una legge intitolata “Norme in materia di disposizione del corpo e dei tessuti post mortem” a fini di studio, di formazione e di ricerca scientifica. Questa legge permette di donare il proprio corpo alla ricerca scientifica e alle università italiane attraverso la compilazione del proprio testamento biologico.
Nell’immaginario collettivo la morte coincide con l’idea del nostro corpo in una bara destinata ad essere sepolta nella terra e a giacere lì per diverso tempo.
Siamo abituati a pensare che il corpo umano, una volta morto, non abbia più alcuna utilità ma in realtà lo studio dei corpi è fondamentale per la ricerca scientifica, poichè consente di esplorare aspetti che resterebbero sconosciuti. Inoltre l’esperienza diretta sul cadavere è essenziale per la formazione degli studenti in ambito medico-scientifico. Chi desidera donare il proprio cadavere ai centri di ricerca e alle università di medicina deve compilare il proprio testamento biologico. Il nome è “disposizioni anticipate di trattamento” e deve essere depositato all’ufficio di Stato civile del proprio comune di residenza. Si tratta sicuramente di una svolta nel panorama politico italiano, basti pensare che l’ultima legge che regolamentava l’uso dei cadaveri per la ricerca scientifica era stata emanata durante il Regno di Italia (legge n. 1592 del 31 agosto del 1933).
È una legge che riguarda molte cose diverse tra di loro, sia le università e sia le facoltà che la compongono. Tuttavia, all’articolo 32 di quel decreto regio approvato tanti anni fa, si parla di cadaveri e si dice che i cadaveri abbandonati, quelli sconosciuti o di quelli di cui nessuno si preoccupa, possono essere usati per lo studio e la ricerca. Sostanzialmente quel decreto mirava a ridurre i costi comunali. La legge del 2020 prevede che i corpi donati alla ricerca vengano restituiti alla famiglia in condizioni dignitose entro un anno dal decesso. Gli oneri per il trasporto e le spese per la tumulazione o per la cremazione sono a carico del centro di ricerca. Nel 2013 il Comitato nazionale della bioetica si esprime proprio su quel decreto di 90 anni fa, perchè l’allora l’onorevole Eugenia Roccella, oggi ministra della famiglia delle pari opportunità, ritenne necessario introdurre nuove regole, stabilendo che l’uso dei corpi deceduti a fini scientifici richiedesse il consenso dei donatori.
Il Comitato nazionale della bioetica dichiara: “Non possono essere utilizzati i corpi di persone di cui nessuno si cura o di cui non si conosce l’identità solo perché in vita non hanno detto di non volere che il loro corpo venisse usato per la ricerca. La letteratura scientifica internazionale è concorde nel ritenere che l’esperienza diretta sul cadavere sia insostituibile. La dissezione anatomica riveste un’importanza fondamentale nella formazione degli studenti e degli specializzandi.”
In Italia però abbiamo un problema: poche persone scelgono di donare il proprio corpo post mortem. La mancanza di donazioni ostacola la possibilità per molti studenti di svolgere esercitazioni pratiche, per cui la legge del 2020 non rappresenta un importante passo in avanti nel tentativo di risolvere questo problema. Ad oggi sono poche le persone che hanno fatto questa scelta, sia perché il regolamento che ne disciplina la modalità di donazione è stato approvato solo nel 2023 ma anche perché non è stata fatta una campagna di sensibilizzazione adeguata.
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