
Trentamila. Sono tanti i ricercatori precari che oggi tengono in piedi università e centri di ricerca italiani. Trentamila cervelli, trentamila biografie sospese, stipendi da 1.630 euro al mese, nessuna garanzia, nessun futuro. L’86% di loro vedrà scadere il proprio contratto entro luglio 2026. E quando il PNRR finirà, come tutto lascia prevedere, due su tre saranno espulsi dal sistema. Qualche giorno fa hanno manifestato davanti al ministero dell’Università e della Ricerca, nelle piazze e nei cortili degli atenei. Ma le telecamere non ci sono, e la politica ormai guarda altrove. Il loro grido si perde nel brusio di una campagna elettorale permanente, dove la parola “ricerca” entra solo nei comunicati stampa. “Ci sono i soldi per le armi, ma non per le nostre vite, sono scelte politiche. Chiediamo alla ministra dell’Università e della ricerca Anna Maria Bernini e al governo di mantenere le promesse e di stanziare i fondi per le nostre assunzioni”, rivendicano dalla Cgil.
Negli ultimi dieci anni i ricercatori precari sono esplosi: otto volte in più. Nel 2023 il 77% del personale di ricerca lavora con contratti a tempo determinato, nel 2013 erano meno del 10%. Durata media: sotto i dodici mesi. Quasi la metà dei contratti finanziati con fondi Prin o Pon non supera l’anno. Retribuzioni ferme a meno di 1.700 euro mensili, carriere senza sbocchi, prospettive azzerate. È così che intere generazioni di studiosi fanno le valigie. Restano circa 30 mila post-doc e 40 mila dottorandi, molti impegnati in didattica e attività strutturali, ma senza le tutele di chi insegna davvero. Si tratta di una precarietà che ormai è diventata norma, un’emergenza che si è fatta sistema: la ricerca va avanti, ma chi la fa sopravvive. Il paradosso è tutto qui: si celebra il “merito”, si invoca l’“eccellenza”, ma si alimenta l’insicurezza come modello. Ogni anno l’Italia forma ricercatori che altri Paesi assumono. Germania, Francia, Spagna: stipendi più alti del 40 per cento, carriere definite, riconoscimento professionale. Da noi, invece, retribuzioni d’ingresso tra le più basse d’Europa e investimenti pubblici fermi all’1,5 per cento del Pil.
Il risultato è un Paese che predica competitività mentre svuota le proprie università. Una fuga silenziosa, ma costante, di cervelli e speranze.
Dietro le cifre ci sono vite dei ricercatori precari. Giovani (e non più giovani) che hanno passato anni tra borse, assegni, contratti annuali, progetti a tempo determinato. Una carriera costruita sul nulla: ogni rinnovo come una roulette, ogni concorso una lotteria. Il 50% dichiara di soffrire di depressione o ansia cronica. Ma questa non è debolezza, è esaurimento da precarietà. Questa è la fatica di chi lavora per la conoscenza ma non riesce a pagarsi l’affitto. Nel frattempo, l’età media dei professori di ruolo continua a salire, le università perdono competitività, e le menti migliori partono per Berlino, Parigi, Boston. A ogni volo, un pezzo di futuro si stacca dal Paese.
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) doveva essere il motore della rinascita. Ha invece creato un’illusione di stabilità: migliaia di contratti legati a progetti che ora si spengono con la stessa rapidità con cui erano stati accesi. I rettori invocano nuove risorse, i sindacati parlano di “emergenza nazionale”, ma il governo risponde con numeri e decreti, non con visione. La ricerca, in Italia, non è mai stata una priorità politica. È un costo, non un investimento. Eppure senza chi studia, sperimenta, insegna, un Paese non innova. Senza ricerca non c’è scuola, non c’è industria, non c’è futuro. Solo stagnazione e oblio. “Basta appena per 180 persone e il percorso di stabilizzazione si sta avviando soltanto ora, a fatica. Ma serve un intervento strutturale per tutti”, sottolinea Antonio Sanguineti, membro del coordinamento dei precari uniti del Cnr. E numeri molto alti si registrano anche all’Istituto nazionale di fisica nucleare, così come e a quello di Astrofisica: “Insieme al Cnr, questi tre enti fanno circa 4.400 precari”.
C’è un filo rosso che lega la fuga dei ricercatori alla crisi culturale italiana. Quando il sapere non ha cittadinanza, la democrazia si impoverisce. Oggi, davanti al Ministero, tra cartelli e voci spezzate, si sente una frase che suona come un epitaffio: “Quando chi custodisce il sapere fugge, un Paese muore“. E se continuiamo a voltare lo sguardo, il silenzio sarà la nostra eredità.
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