
Il riconoscimento internazionale della Palestina è tornato al centro del dibattito europeo, sospinto da una crisi umanitaria senza precedenti nella Striscia di Gaza. Sotto gli occhi del mondo si sta consumando un genocidio. Secondo il ministero della salute palestinese, il totale dei morti ha superato le 60.034 vittime e più di 145.870 sono i feriti, la maggior parte civili, inclusi oltre 18.000 bambini. Francia e Regno Unito hanno annunciato che riconosceranno ufficialmente lo Stato palestinese nel corso dell’Assemblea Generale dell’ONU di settembre, mentre Germania e Italia mantengono posizioni caute, evocando ancora la necessità di un processo negoziale. Una cautela che, alla luce della gravità dei fatti, rischia di suonare come complice dell’orrore.
L’annuncio della Francia ha segnato un cambio di passo. Il 24 luglio 2025, il presidente Emmanuel Macron ha dichiarato che Parigi riconoscerà lo Stato palestinese a settembre. Si tratta del primo Paese del G7 e membro permanente del Consiglio di Sicurezza ONU a muoversi in questa direzione. «Il popolo francese vuole la pace in Medio Oriente», ha spiegato Macron, sottolineando che questo gesto intende rafforzare la possibilità di una soluzione a due Stati.
La Francia si unisce così ai 147 Stati che già riconoscono la Palestina. Pochi giorni dopo, anche il Regno Unito ha annunciato la propria intenzione di votare a favore del riconoscimento. Il premier laburista Keir Starmer ha motivato la scelta con parole nette: «Le immagini dei bambini affamati nella Striscia di Gaza resteranno con noi per tutta la vita». Ha parlato di un’urgenza morale, prima ancora che politica, per giustificare una mossa attesa da decenni. Anche Malta ha confermato che voterà a favore nel prossimo incontro ONU.
La posizione tedesca rimane invece ancorata alla prudenza diplomatica. Il cancelliere Olaf Scholz ha chiarito che la Germania non seguirà Francia e Regno Unito, definendo la mossa francese “prematura”. Berlino, storicamente legata a Israele, insiste sul fatto che il riconoscimento della Palestina debba essere l’ultimo passo di un processo negoziale, non il primo. Un approccio che, in questa fase storica, rischia di apparire più come un alibi che come una strategia per la pace.
Diverso l’atteggiamento di Spagna, Irlanda e Slovenia, che già nel 2024 hanno compiuto il passo formale. Madrid e Dublino hanno riconosciuto lo Stato palestinese il 28 maggio, Lubiana il 4 giugno. Tutti e tre i Paesi hanno motivato la scelta come un atto necessario per sostenere la pace e dare un segnale di speranza. Ancor prima, nel 2014, era stata la Svezia a rompere il fronte europeo, riconoscendo la Palestina. Altri Stati dell’UE, come Bulgaria, Cipro, Ungheria, Polonia, Romania e Slovacchia, lo avevano fatto già negli anni ’80. Tuttavia, la spaccatura tra i “grandi” resta evidente.
L’Italia continua a rifugiarsi in una linea di prudenza che, alla luce dell’emergenza umanitaria in corso, appare sempre più come inerzia deliberata. Il governo Meloni ha ribadito che «non è il momento» per un riconoscimento unilaterale, pur dichiarandosi, per bocca della premier, «favorevolissima» a uno Stato palestinese. Un favore astratto, svuotato di ogni conseguenza concreta. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha definito il riconoscimento «prematuro» e persino «controproducente», insistendo sull’assenza di condizioni giuridiche pienamente definite.
In Parlamento e nel Paese, però, il dissenso cresce. L’opposizione chiede con urgenza un atto politico chiaro e netto. Sul territorio, le amministrazioni locali provano a colmare il vuoto lasciato da Roma: in Campania, e in particolare a Napoli, sono state approvate mozioni che sollecitano il governo nazionale ad assumere una posizione inequivocabile sul cessate il fuoco e sul riconoscimento dello Stato di Palestina. Ma mentre le piazze e i comuni si espongono, il governo resta immobile, prigioniero di calcoli geopolitici che lo rendono, di fatto, complice silenzioso delle morti che continua a chiamare “diplomazia”.
La popolazione civile è intrappolata sotto le bombe, i servizi essenziali sono collassati, e ogni giorno che passa indebolisce la possibilità di una pace giusta. In questo contesto, la lentezza dell’Europa pesa. La prudenza diplomatica, quando si trasforma in immobilismo, diventa una scelta politica. E chi oggi continua a rimandare una presa di posizione, si assume la responsabilità morale di ciò che accade.
Nell’epoca dei social media, in cui ogni immagine è immediatamente accessibile, il mondo non può più fingere di non vedere. Come canta Marracash: «i morti con due scrolling te li scrolli di dosso». Ma la politica non può permettersi lo stesso distacco. Riconoscere lo Stato di Palestina non basterà a fermare le bombe, ma è un gesto necessario, tardivo, urgente. Perché la neutralità, in certe fasi storiche, diventa complicità.
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