
Volevano ricostruire un’alta del clan dei casalesi, con l’ausilio di un boss appena uscito di galera dopo 24 anni. È questa l’ipotesi che man mano prende piede e che ha portato i carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Caserta, all’esecuzione di misure cautelari, emesse dal GIP presso il Tribunale di Napoli, su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di 14 persone (9 in carcere e 5 agli arresti domiciliari), ritenute gravemente indiziate, a vario titolo, di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione, incendio, detenzione di armi e ricettazione.
Tra i nomi di spicco vi è quello di Antonio Mezzero, scarcerato dopo 24 anni nel luglio del 2022. Mezzero faceva parte della fazione Schiavone – Zagaria e, una volta fuori, ha provato subito a far sentire il peso dell’intimidazione del clan su alcuni imprenditori. Il boss, infatti, avrebbe tentato estorsioni a danni di imprenditori, ma la lente d’ingrandimento degli inquirenti si sta focalizzando sul riciclaggio di denaro. Tante sono le attività commerciali finite nel miniro dei criminali, che avrebbero visto in queste imprese il fulcro per ripulire i proventi illeciti.
All’esame degli inquirenti anche una tangente sulla compravendita di un capannone commerciale, del valore di oltre 1 milione di euro. Altro che appeal perso da parte del clan dei casalesi, i movimenti del boss Mezzero e la faciltà nel ripristinare alcuni legami gettano ulteriore luce sulle capacità di rigenerazione del clan dei casalesi. L’indagine è emblematica, in quanto ci restituisce una provincia ancora distante dall’aver sconftitto la forza dell’intimidazione del clan. Mezzero non era un boss apicale eppure, secondo le indagini, ci sarebbe voluto poco per immettersi nuovamente nei business che alimentano ancor’oggi l’organizzazione camorristica.
Come già segnalato da diverse autorità, il pericolo concreto legato al clan riguarda la solidità dei suoi legami con il mondo dell’imprenditoria, della politica e della finanza pubblica.
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