
L’articolo del mese sulle eccellenze di Castel Volturno incarna perfettamente la grinta e la volontà di chi, partendo da Castel Volturno, ha conquistato un pezzo di mondo. Nel percorso umano e professionale di Gino Spera, architetto, la città resta una presenza costante, una madre che assiste da lontano il figlio. «Crescere qui significa convivere con forti contrasti. Da una parte il mare, il verde, l’orizzonte aperto; dall’altra le fragilità di un territorio che nel tempo è stato maltrattato» afferma Spera. È proprio in questa convivenza che matura una sensibilità particolare verso il costruito e l’ambiente, elementi che diventano centrali nella sua formazione.
Quando era poco più che un ragazzo Spera incontrò Etsuro Sotoo, maestro scultore giapponese e continuatore dell’opera di Antoni Gaudí, un dialogo che cambierà per sempre la sua vita. «Parlavamo di architettura, di materiali, di approccio ai progetti. Solo dopo ho capito di trovarmi davanti a una delle massime autorità mondiali dell’architettura». Da quell’incontro una svolta improvvisa: Sotoo lo invita a pensare ad un’idea sviluppata di progettazione, un lavoro che apre le porte ad una collaborazione che durerà diversi anni. Spera entra così nel cuore del cantiere della Sagrada Família, affiancando architetti e scultori impegnati a tradurre in linguaggio contemporaneo il pensiero complesso di Gaudí. Un’esperienza formativa straordinaria, che culmina in una tesi di laurea dedicata a una delle parti più enigmatiche del tempio, premiata per aver individuato nuovi codici geometrici nell’opera del maestro catalano.

La passione per l’architettura nasce presto, proprio tra la pineta ed il mare della città: «Crescere in un contesto come Castel Volturno ti educa inconsapevolmente. Forse senza che tu te ne renda conto, alla cura degli spazi, alla luce, al verde». Prima e dopo la formazione tra architettura e ingegneria, il suo percorso si arricchisce di esperienze fuori dall’Italia, in particolare a Barcellona. «Fuori ho visto cosa vuol dire pianificare, rispettare il costruito, investire sulla qualità degli spazi» continua l’architetto. Ma il ritorno è altrettanto formativo: «Quando torni, ti accorgi di quanto il nostro cervello si abitui al degrado. Le buche, l’immondizia, i cartelli rotti: dopo un po’ non li vedi più. Solo allontanandoti riesci a guardarli davvero». Nonostante le possibilità di restare all’estero, Gino ha scelto di tornare definitivamente. Una decisione maturata nel tempo, anche grazie alla famiglia.

Oggi il suo lavoro si muove tra progettazione, ricerca e grandi interventi sul territorio. Tra questi, la partecipazione a importanti progetti nazionali, come il (BREEAM “Very Good”) – “MaxiMall Pompei” nel team di architetti della Irgen Construction. Curando gli aspetti architettonici esecutivi e spaziali di un’opera disegnata dallo studio internazionale Design International, dove ha curato aspetti architettonici e spaziali di una delle opere più imponenti del Sud Italia. «Sono esperienze che ti mettono alla prova, perché lavori con numeri enormi e con un livello tecnologico molto alto», spiega. Al centro della sua visione resta il rapporto tra natura e tecno logia: «Non possono essere separate. La natura deve entrare nel progetto come un ecosistema da salvaguardare e migliorare. Oggi non basta conservare quello che c’è: dobbiamo fare meglio, perché siamo stati bravissimi a distruggerlo».
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