
Da quando gli smartphone sono entrati nella vita di tutti i giorni, la fotografia rischia oggi di ridursi a una dinamica compulsiva; esistono però luoghi dove l’immagine è ancora al centro di un vivido dibattito culturale. Ne è un esempio la Fondazione Valenzi, nata nel 2009 nella sede monumentale del Maschio Angioino per custodire e valorizzare il patrimonio culturale, civile e politico di Maurizio Valenzi, sindaco di Napoli dal 1975 al 1983 e figura della storia democratica del Novecento.
Sin dalla sua origine, la Fondazione ha scelto di proporsi come un laboratorio permanente di riflessione sul presente. L’esperienza umana e politica di Valenzi, segnata dall’antifascismo e dall’impegno civile, rappresenta ancora oggi il punto di riferimento ideale di un’intensa programmazione – che si divide tra un archivio, una biblioteca e lo sviluppo di progetti educativi. All’interno di questa visione, la fotografia è diventata uno degli assi principali, nella sua accezione di strumento di conoscenza del territorio. È da questa premessa che prende vita la rassegna “Riletture”.
Il progetto nasce da una domanda semplice: «Come guarderemmo oggi la città se imparassimo nuovamente a osservarla?». Per rispondere a questo interrogativo, la Fondazione ha scavato negli archivi fotografici storici conservati dai propri partner, rintracciando immagini straordinarie della Napoli degli anni Settanta e Ottanta. Quella stagione è stata un momento fecondo per gli studi antropologici e sociali sulla città: ricercatori, fotografi e studiosi osservavano Napoli per comprendere i cambiamenti urbani e culturali del Mezzogiorno.
Come spiegano i promotori, quelle immagini «erano il risultato di un modo di fotografare fondato sull’osservazione, sul tempo, sulla ricerca e sulla capacità di costruire una relazione con i luoghi e con le persone». Riguardando oggi le opere di grandi autori come Fabio Donato, Luciano Ferrara, Gianni Fiorito, Fabrizio Parisio, Pino Settanni, l’evidenza è apparsa immediata: quegli scatti continuavano a porre domande cruciali al presente.
Da qui si è sviluppata l’esigenza di dare vita alla rassegna. In un contesto sociale in cui tutto scorre velocemente, «Riletture nasce invece dall’esigenza opposta: rallentare. Fermarsi a guardare. Tornare a osservare davvero i luoghi, le persone, i cambiamenti della città». Senza indugiare in una riproduzione nostalgica del passato, si cerca piuttosto la comprensione critica dell’oggi. La parola stessa scelta per il titolo racchiude l’idea profonda secondo cui «ogni generazione è chiamata a rileggere il proprio tempo. Le fotografie storiche diventano così un punto di partenza, non un punto di arrivo».
Il cuore del progetto si identifica in una open call rivolta ai giovani fotografi under 35 residenti in Campania, a cui è stato chiesto di dialogare apertamente con i maestri del passato, in una comparazione con il presente, per capire cosa sia cambiato e cosa sia rimasto uguale, contribuendo così a fondare un nuovo archivio visivo del contemporaneo.
La struttura della rassegna è stata concepita come un percorso progressivo di avvicinamento alla fotografia e alla città. Nella prima fase, un ciclo di incontri e seminari denominato ha coinvolto fotografi e studiosi della cultura visuale italiana in momenti di confronto sul rapporto tra memoria e trasformazioni urbane. Parallelamente, i workshop di antropologia visuale hanno permesso di approfondire il ruolo delle immagini come strumenti di interpretazione della realtà. Successivamente, il pubblico ha potuto confrontarsi con il nucleo storico del progetto grazie all’inaugurazione della mostra “Tempi esposti. Sguardi fotografici a Napoli 1971-1987”.
A settembre la rassegna culminerà in una mostra finale a Matera, che esporrà i risultati del dialogo tra i giovani fotografi e i grandi maestri, «creare un incontro tra generazioni di sguardi, tra memoria e presente, tra patrimonio fotografico e nuove forme di osservazione della città».
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