
All’interno della manovra di bilancio presentata la settimana scorsa dal governo Meloni è arrivato il colpo di scena più prevedibile di sempre: la plastic tax e la sugar tax sono prorogate (almeno) fino al 2027. Si tratta del settimo rinvio delle tanto odiate tasse imposte dall’Unione Europea per favorire ecologismo e salute pubblica, che riguarderebbero solo le imprese e non i cittadini. Scopriamo perché queste tasse non le vuole nessuno, soprattutto la lobby dell’industria italiana.
La plastic tax è stata introdotta nel nostro paese tramite la direttiva europea Sup. Per “introdotta” si intende che è stata inserita nella legge di bilancio 2020, senza però essere, nei fatti, mai applicata, grazie a continue proroghe.
L’imposizione alle imprese produttrici dovrebbe essere di 0,45 euro al chilo per i prodotti in plastica monouso e gli imballaggi contenenti plastica vergine non riciclata (i cosiddetti Macsi). Con parecchie eccezioni, perché non si applica alle plastiche provenienti da riciclo né a quelle compostabili certificate, ai dispositivi medici e agli imballaggi dei farmaci, e nemmeno a bidoni, taniche e altri contenitori durevoli. In più, vale soltanto per i prodotti commercializzati in Italia.
Il perché del continuo rinvio? I motivi ufficiali sono 2: evitare che che i consumatori subiscano rincari dei prezzi come conseguenza e dare più “respiro” alle imprese per la transizione ecologica. Non è detto, però, per gli eventuali aumenti dei costi di produzione debbano per forza essere scaricati dall’impresa sul prezzo finale; per il maggior respiro, invece, può essere più condivisibile, ma d’altra parte si vanno a penalizzare tutte quelle imprese che invece si sforzano di avviare una effettiva transizione verso una economia circolare.
Discorso analogo sulla sugar tax, anch’essa prevista nel 2020 e rimandata più e più volte. Il bersaglio stavolta sono le bevande zuccherate, con l’auspicio di disincentivarne il consumo. È importante sottolineare che l’ISTAT testimonia che l’eccesso di peso è un problema per quasi la metà degli adulti (il 34,6% è sovrappeso e un altro 11,8% è obeso) e per un giovane su quattro nella fascia 3-17 anni.
La misura ha già dovuto far fronte ad un forte ridimensionamento (in negativo). Inizialmente, infatti, si parlava di 10 euro per ettolitro per le bevande già pronte al consumo e di 0,25 euro al chilo per i concentrati o gli sciroppi da diluire in acqua, ma gli importi sono stati ridotti rispettivamente a 5 e 0,13 euro. Tant’è che già enti come l’Istituto Mario Negri parlavano di “aumenti irrilevanti che potrebbero non portare a una diminuzione dei consumi”.
Eppure, nemmeno questa versione “irrilevante” è riuscita a sfondare il muro delle lobby. Plastic tax e sugar tax sono ancora ad oggi inapplicate, con lo Stato che perde, secondo le stime, almeno 1,2 miliardi all’anno di gettito.
7 anni sono passati, 3 governi si sono succeduti, tra sinistra e destra, ma sembra che nessuno voglia prendersi la briga di applicarle. Chi esulta? La filiera della plastica, rappresentata da Unionplast, che parla della proroga come di “una decisione di buon senso e di responsabilità”. Esulta anche Federalimentare, che ha bollato la Sugar Tax come una misura ingiusta e sostanzialmente inutile, sottolineando che la sua applicazione difficilmente porterebbe benefici concreti per la salute dei consumatori. In realtà alcune esperienze oltreconfine suggeriscono il contrario, come in Francia dove il consumo di tabacco si sta riducendo notevolmente grazie (anche) a politiche di innalzamento dei prezzi.
Chi è che non esulta? Beh, in primis l’Unione Europea, agli occhi della quale l’Italia appare sempre meno credibile, firmando accordi per il green che poi non rispetta. Non esultano le imprese impegnate attivamente nella transizione ecologiche, pienamente legittimate a sentirsi prese in giro dallo Stato. Per ultimo, non esultano i cittadini, che vedono una classe dirigente preoccupata molto di più nel non fare uno sgarbo a determinati gruppi di interesse che alla salute e al futuro del proprio popolo.
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