
Negli ultimi trent’anni lo sviluppo di nuovi percorsi di cura ha permesso una crescita costante della popolazione guarita da un tumore, per cui oggi si stima che, a cinque anni dalla diagnosi oncologica, tre persone su cinque siano ancora in vita. Lo stesso vale per i dati relativi ai pazienti in età pediatrica. Eppure, in Italia, le persone guarite da un tumore possono riscontrare difficoltà nell’accesso a servizi finanziari, bancari e assicurativi perché costrette a dichiarare le malattie da cui sono state affette in passato. Pertanto possono essere classificate come clienti “a rischio”. È per questo che, in Italia, è necessario il diritto all’oblio oncologico, che permetterebbe alle persone che sono guarite da un tumore di non fornire informazioni sulla loro malattia pregressa.
L’Italia non sarebbe il primo paese a promuovere questo diritto. Cinque paesi europei hanno già emanato una legge per il diritto all’oblio oncologico, si tratta di: Francia, Lussemburgo, Olanda, Belgio e Portogallo. La legge prevede che dopo dieci anni dalla diagnosi, per pazienti adulti, e cinque anni per i pazienti pediatrici, si ha il diritto a non essere più considerati malati. Dunque, oltre questi termini temporali, gli operatori finanziari e altre realtà non possono più chiedere informazioni in merito alla storia clinica pregressa del paziente e negare per questo dei crediti.
Le difficoltà per chi ha combattuto un tumore, non si limitano all’ambito lavorativo e sociale. Anche formare una famiglia diventa difficile, soprattutto se attraverso l’adozione. Spesso, infatti, adottare è l’unico modo per avere figli per coloro che dopo essere guariti da un tumore hanno problemi di fertilità o per le donne che correrebbero dei rischi legati alla gravidanza. Anche se la diagnosi pregressa di un tumore non esclude del tutto l’adozione, può essere una delle ragioni per cui viene negata l’idoneità a diventare genitore. La legge per il diritto all’oblio oncologico, dunque, agevolerebbe anche quelle coppie che vanno incontro ad un percorso già di per sé lungo e complicato che risulterebbe ancora più tormentato se dovessero parlare delle malattie affrontate in passato.
Nel 2022, la fondazione AIOM ha lanciato la campagna “Io non sono il mio tumore”, con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni rispetto alla necessità di una legge sul diritto all’oblio oncologico. La raccolta firme avviata da AIOM è sostenuta e promossa da molte altre organizzazioni, tra cui AIRC (Fondazione per la ricerca sul cancro) e FAVO (Federazione italiana delle associazioni di volontariato in oncologia) e ha già raccolto 100mila firme. Andando sul loro sito, è possibile aderire all’iniziativa.
È importante ricordare che la legge per il diritto all’oblio oncologico serve per prevenire la discriminazione e la stigmatizzazione nei confronti delle persone che hanno avuto un tumore, il che è fondamentale per la loro salute mentale e sociale. In Italia, tale diritto dovrebbe essere introdotto per garantire a coloro che sono guariti, una vita in cui la privacy è rispettata e la loro malattia non definisce ciò che possono o meno richiedere alla società.
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