
È ormai arrivata l’estate, e il Parco Archeologico di Ercolano ha aperto il sipario sulla nuova stagione inaugurando un appuntamento ormai divenuto imperdibile. Sono ufficialmente tornati, infatti, “I Venerdì di Ercolano“: giunta ormai alla nona edizione, questa incredibile rassegna di aperture straordinarie serali – che intreccerà spettacoli teatrali, musicali, di danza e illuminazione artistica – i visitatori avranno la straordinaria opportunità di passeggiare liberamente per le strade dell’antica città, patrimonio mondiale UNESCO, esplorando le rovine romane, le varie botteghe e i tanti edifici pubblici e privati, avvolti in un’atmosfera magica.

Insomma, si tratta di un evento unico, che si terrà “dal 3 luglio al 7 agosto per tutti i venerdì – ha sottolineato la funzionaria-archeologa del Parco e responsabile dell’iniziativa Maricarmen Pepe – dalle 20 alle 24, mediante due turni di visita”. E il tema che farà da sfondo a queste straordinarie perfomance artistiche, teatrali e musicali. Dopotutto, il fil rouge dell’edizione 2026 sarà proprio il binomio “Eros e Polemos“, ossia “Amore e Guerra“. Dunque, questa nuova edizione si propone di scavare a fondo nella complessità di questo rapporto duale, che vede confliggere tra loro pulsioni dell’animo umano totalmente opposte, e che ha segnato l’umanità dalle origini.
“Un tema più che mai attuale – come ha osservato la Direttrice del Parco Federica Colaiacomo – e che era alquanto sentito anche dai filosofi, dagli scrittori e dagli artisti dell’antichità”. Così, avanzando lungo le vie dell’antica città, sarà sempre più possibile ammirare il Parco Archeologico come uno spazio vivo, nel quale la memoria incontra la creatività, trasformandosi così in un luogo aperto al dialogo con i linguaggi presenti. “Attraverso il declinare nei vari spettacoli di diversi spunti di autori antichi, possiamo avere l’opportunità di riflettere sulla storia presente“.
Non a caso, infatti, i primi due spettacoli teatrali ai quali è stato possibile assistere ha portato in scena due figure mitiche iconiche dell’antichità: da un lato, la regina delle Amazzoni Pentesilea, e dall’altro il grande guerriero acheo Achille. In particolare, la messa in scena ha offerto un’interpretazione dello scontro che vide fronteggiarsi i due durante l’ultimo anno di guerra sotto le mura di Troia. Secondo una versione più recente del mito, il duello vide Achille trionfare, tuttavia nel momento in cui quest’ultimo tolse l’elmo di Pentesilea per guardarla bene in viso, si innamorò perdutamente di lei, pentendosi amaramente del suo gesto.
Insomma due dialoghi “impossibili”, che sembrano essere stati scritti proprio per l’occasione, strutturati secondo lo schema di un’intervista giornalistica: “Un uomo e una donna, corrispondenti di guerra dei giorni nostri, incontrano i due eroi e raccolgono da loro dichiarazioni in seguito al loro scontro, e soprattutto sui motivi e sulle conseguenze della guerra”, ha spiegato Marcarmen Pepe. Ecco, dunque, che il focus si incentra proprio sul conflitto tra due visioni del mondo opposte, tra propaganda e apologia, e opposizioni di genere. Insomma, un paradosso temporale che genera, da un lato, frizioni e ironie, e dall’altro, analogie tra la guerra del mito e le guerre presenti.


A seguire, si sono avvicendati ben tre interventi danzati site-specific, organizzati dalla Cornelia Dance Company, che hanno inteso stavolta approcciarsi al tema del conflitto concepito come fondamento della civiltà antica, ma anche come forza dirompente che muta e distrugge l’animo umano. La prima danza – dal titolo “Tirocinium Militiae” – ha inteso costruire un vero e proprio organismo collettivo, nel quale gli individui sono concepiti come delle unità funzionali per la città. Non a caso, infatti, le stesse movenze dei danzatori sono geometriche, rigorose, destinate a tradursi in gesti sempre più meccanici.

Dopodiché, i visitatori hanno potuto ammirare anche il cosiddetto “Duellum“, che ha offerto un’interpretazione in chiave contemporanea del leggendario scontro tra Ercole e il dio-fiume Acheloo, per ottenere la mano di Deianira. La singolarità di questa messa in scena risiede soprattutto nell’aver rifiutato di di rappresentare unicamente l’elemento della violenza – il mito, infatti, vide la sconfitta di Acheloo, il quale, dopo aver mutato le proprie sembianze in un toro, perse il proprio corno. Lo spettacolo viene concepito piuttosto come una forma rituale del riconoscimento, e in particolare come uno spettacolo pubblico del potere.

Infine, degna di nota è stata anche la performance “Corpus in Ruina“, che ha invece evidenziato il crollo della dimensione eroica. “Un assolo quasi achilleo“, come ha evidenziato Pepe, notando come la guerra abbia la forza di ridurre il corpo a resto privo di volontà: persino l’armatura si separa dal corpo, divenendo una traccia vuota.
Infine, ad animare ancora di più questa serata è stata anche un’altra straordinaria performance musicale che ha posto al centro tre reduci immaginari e senza tempo: la cantante delle doti dell’oracolo Pizia, il soldato disperso e custode della sua dimora ormai distrutta dalla guerra Telefo e il musicista disertore dai poteri dionisiaci Bronzo. Le stanze della Casa del Rilievo di Telefo sono così abitate dalle loro anime, condannate a risvegliarsi ogni qualvolta la Storia ripeta i propri cataclismi.
La messa in scena, in particolare, ha offerto una rappresentazione emblematica della tragedia universale della guerra e dell’amore impossibile, simboleggiati dalla ferita mortale che Achille infligge a Telefo, dall’amore impossibile che la guerra strappa a Pizia e il segreto della guarigione. Il tutto è stato accompagnato da un viaggio sonoro, che ha ripercorso antichi canti e capolavori della tradizione napoletana, nel luogo dove un tempo l’antica città incontrava il mare. Intermezzi musicali emblematici, dove la lancia che ferisce si trasforma nella musica che sana.

Infine, emblematica è stata la performance live proposta da Massimo Cordovani, accompagnato da Mario Di Bonito alle percussioni. Anche qui, la loro esibizione si sviluppa lungo il filo tematico del conflitto, che evidenzia la fragilità tra le comunità. Anche qui, le loro voci, le note della chitarra, i sintetizzatori e le percussioni hanno contribuito ad arricchire un’atmosfera che diventa man mano colonna sonora, in costanrte dialogo e in consonanza con l’archeologia circostante.

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