
Mancano pochi giorni al ritorno a scuola. La didattica sta subendo grandi cambiamenti negli ultimi decenni. Allo stesso modo, anche la città sta cambiando visibilmente. Informare ha avuto una conversazione con Laura Marseglia, docente di sostegno nel centro storico di Napoli, la quale mostra come queste due tendenze si incrocino, generando punti di debolezza e di forza, ma soprattutto creando nuove sfide.
In che scuole hai lavorato? Quali erano i loro punti di forza?
«Negli ultimi anni mi è capitato di lavorare nella scuola secondaria di primo grado. Nella Bovio Colletta, a via Carbonara, e poi all’Istituto imbriani de Liguori, in piazza Carlo III. In quest’ultimo, ho trovato un corpo docenti valido e ben disposto alla collaborazione. In alcuni quartieri con problematiche socio-economiche, i docenti sanno bene che l’insegnamento non si riduce a trasferire le conoscenze agli alunni, c’è tanto altro. Bisogna impegnarsi per trovare strategie per stimolare l’attenzione e la partecipazione. Importantissimo è anche il rapporto scuola-famiglia. Mi è capitato di vedere colleghi che aiutassero i genitori a capire come funzioni il registro elettronico, nella mia opinione non è affatto scontato. Poi c’è la struttura. Ogni aula ha una LIM, un laboratorio informatico che permette agli alunni di lavorare in autonomia col proprio computer. Questo fatto è rilevante se si considera che alcuni alunni a casa non hanno la possibilità di usare dispositivi elettronici propri. Infine ci sono un laboratorio di arte, uno di musica e una grande aula per l’accoglienza di alunni con bisogni educativi speciali».
Quali erano i loro punti di debolezza?
«Sicuramente una problematica importante è data dal fatto di non poter assicurare continuità didattica ad alunni che presentano disabilità. Si sta però già lavorando in tal senso. Dal 31 maggio è stato emanato un decreto legge che tra le altre cose, al fine di garantire la continuità dei docenti di sostegno, prevede la possibilità di richiedere e ottenere la conferma del docente di sostegno dell’anno precedente. Ciò dovrà avvenire tramite la richiesta della famiglia dell’alunno che viene poi approvato dal preside».
La vicinanza ad un quartiere ad alto tasso di migrazione rende necessarie politiche di inclusione scolastica: in che modo viene attuata?
«Si tratta di un concetto chiave della scuola attuale. I docenti sanno bene che per poter facilitare l’integrazione in quelle classi dove ci sono studenti stranieri (ma questo discorso vale anche per gli studenti con disabilità) c’è bisogno di adottare una molteplicità di didattiche. Tra le più utilizzate c’è il cooperative learning, in cui si creano gruppi di lavoro per promuovere la socializzazione. Ogni alunno ha un ruolo specifico in tale gruppo, così si valorizza la differenziazione. Ancora, c’è il metodo del peer tutoring, grazie a cui un altro studente fa da tutor all’alunno in difficoltà. Nelle situazioni particolarmente difficili per gli studenti stranieri, si può anche pensare di stilare un PDP, un Piano Didattico Personalizzato, in cui si elencano una serie di misure compensative (l’uso costante del vocabolario, dell’uso di strumenti audio-visivi, della differenziazione e della programmazione dei compiti) e dispensative (l’alunno può essere dispensato da alcune attività come il dettato veloce e la lettura ad alta voce) che servono a facilitare l’apprendimento dell’alunno».
Oltre queste problematiche “esogene”, i bambini del quartiere affrontano un’altra problematica, la dispersione scolastica. Come viene contrastata?
«Sono essenziali prevenzione ed interventi tempestivi. Per prevenzione si intendono tutti quei comportamenti attuati dai docenti laddove ci sia una certa discontinuità dell’alunno a frequentare la scuola e che riguarda particolari percorsi motivazionali o attività laboratoriali che vengono proposte all’alunno per stimolarne la partecipazione. Ma quando la difficoltà diventa sempre più grande e quando c’è l’impossibilità di contattare i genitori, a quel punto c’è bisogno di contattare tempestivamente i servizi sociali».
In che modo le scuole cominciano a portarsi avanti con le politiche di apprendimento per alunni neurodivergenti?
«Sono due gli strumenti attuati nel contesto educativo per rispondere alle esigenze di esigenze educative speciali: sono il PDP e il PEI. Il PDP, come già detto, è il Piano Didattico Personalizzato, che viene utilizzato anche in casi di disturbi specifici dell’apprendimento come la discalculia, la disgrafia. Il PEI, invece, è il Piano Educativo Personalizzato, che viene utilizzato per gli alunni che hanno disabilità attestate importanti. Chi procede alla stesura del PEI è il GLO (Gruppo di Lavoro Operativo per l’inclusione): si tratta di un organo collegiale in cui sono presenti non soltanto i docenti del consiglio di classe e il professore di sostegno, ma anche i genitori dell’alunno stesso, delle figure professionali come l’assistente alla comunicazione e all’autonomia e i referenti dell’ASL di riferimento dell’alunno con disabilità».
A Palazzo Santa Lucia è stata presentata la 64esima edizione del Giro di Campania, alla presenza dell’Assessora allo Sport...
La Costiera Amalfitana brucia ormai da giorni. Tra la devastazione e le fiamme alimentate dai forti venti, si lavora incessan...
Il 16 settembre 2026 sono stati ultimati i lavori riguardo il restauro dell’edicola votiva di San Gennaro, situata in piazz...
Come ogni mese torna la nostra rubrica culturale “Leggere che passione”, ecco i due libri consigliati ai nostri lettori. ...