
Mark Zuckerberg, padrone dei colossi social Facebook e Instagram, ha annunciato tramite un video pubblicato sul suo profilo un “ritorno alle origini“, come lo ha definito egli stesso. Meta infatti abolirà il fact-checking sulle sue piattaforme, manovra che molti hanno visto come una virata decisa verso la politica Trumpiana dietro una finta propensione alla libertà di parola.
“Ci libereremo dei fact-checker che sono stati troppo schierati politicamente e hanno distrutto più fiducia di quanto ne abbiano creata, specialmente negli Stati Uniti”. Queste le parole di Zuckerberg usate per spiegare la scelta, giustificata quindi dalla sedicente volontà di garantire l’imparzialità e la libertà di parola. Molti però non hanno abboccato alla narrazione dell’imprenditore e hanno invece interpretato la svolta come il passo finale di quest’ultimo verso il neoeletto Presidente americano Trump, dopo averci cenato nel suo resort a Mar-a-Lago e in seguito aver donato un milione di dollari al fondo per la sua inaugurazione. È in effetti evidente l’allineamento del fondatore di Facebook con Elon Musk, braccio destro del Tycoon, e la sua politica su X.
Il popolo social ha paura delle ripercussioni a seguito di questa scelta, temendo si possa dare libero sfogo alla propaganda populista, falsa e fuorviante.
Certo è, però, che il popolo social dovrebbe decidersi su qual è il modello di libertà di parola che preferisce. Per un anno ci siamo giustamente indignati perchè il filtro di notizie che permeava Instagram e Facebook danneggiava la sensibilizzazione del genocidio a Gaza. Erano migliaia gli utenti che si lamentavano del cosiddetto “shadowban” dopo determinati contenuti riguardanti Israele e la Palestina. I post di questo tipo venivano sfavoriti dall’algoritmo e causando talvolta il ban degli autori. Lì il filtro social ci dava fastidio e la vedevamo come una macchina dei repubblicani per manovrare l’opinione pubblica. Ora la mancanza di filtri ci dà fastidio e la vediamo come una macchina dei repubblicani per manovrare l’opinione pubblica.
L’unico modo per smettere di lamentarci sarebbe forse renderci conto che non è tanto il modo in cui viene gestito il social network a fare la differenza, ma la natura stessa del social. Nell’epoca dei social network il tema della libertà di parola è ben più complesso. Che ci sia un filtro per le informazioni, è un filtro deciso da un privato multimiliardario; che ci sia una mancanza di filtri, è una libertà pur sempre gestita da un privato multimiliardario, che la intenderà a modo proprio. La libertà di parola, in un mondo in cui la massa globale di informazioni passa da piattaforme private gestite dai soggeti citati, è compromessa di per sè. Non ristretta o allargata in senso lato, ma difforme rispetto a come la intendevamo un tempo. Su questo dovremmo interrogarci, non se sia una mossa libertaria o trumpiana quella di Zuckerberg. Ma nel 2025 forse è un po’ tardi.
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