
Negli ultimi giorni, due episodi apparentemente slegati tra loro hanno riportato al centro del dibattito il rapporto tra Napoli e il giornalismo. Da una parte il caso Roccaraso, con la polemica sull’invasione dei turisti partenopei nella nota località sciistica abruzzese. Dall’altra, la vicenda che ha visto protagonista il giornalista sportivo Michele Criscitiello su Sportitalia. Quest’ultimo, dopo una scenetta ritenuta offensiva nei confronti del Napoli e dei suoi tifosi, ha rincarato la dose con dichiarazioni che hanno indignato molti. Episodi diversi, certo, ma accomunati da un filo conduttore: l’uso del linguaggio e della narrazione per rafforzare stereotipi e pregiudizi su Napoli e i suoi abitanti.
Tutto è iniziato quando una nota tiktoker napoletana, Rita De Crescenzo, ha lanciato un appello ai suoi milioni di follower per trascorrere un fine settimana a Roccaraso. Il risultato? Migliaia di persone sono arrivate nella località abruzzese, causando disagi alla viabilità e un sovraffollamento delle piste da sci. La gestione dell’evento è stata sicuramente complessa per le autorità locali, ma a colpire è stata la narrazione che ne hanno fatto molti giornalisti. Più che concentrarsi sulla difficoltà logistica o sulla responsabilità degli enti locali, diversi articoli e servizi televisivi hanno messo in primo piano il comportamento dei turisti napoletani. Dipinti come una massa incontrollata e maleducata che “invade”, “sporca” e “disturba” come nella più scadente delle commedie. Si tratta di un meccanismo ricorrente: il napoletano come elemento di disturbo, l’”altro” che rompe l’armonia di un luogo ordinato. Non si è parlato di turisti, ma di “napoletani”, con una connotazione quasi negativa, come se la loro presenza fosse, di per sé, un problema.
Se il caso Roccaraso ha riguardato il turismo, la seconda vicenda ha toccato il calcio, un ambito in cui il Napoli e i suoi tifosi subiscono da sempre narrazioni spesso riduttive e stigmatizzanti. Durante una trasmissione di Sportitalia, i giornalisti Michele Criscitiello e Tancredi Palmeri hanno inscenato una gag sul mercato del Napoli, giocando sui problemi societari in un modo che molti tifosi hanno ritenuto offensivo. Le critiche non si sono fatte attendere, ma la reazione di Criscitiello ha peggiorato la situazione: ha infatti dichiarato che “forse il ceto medio napoletano non capisce”, insinuando che chi si era indignato non avesse gli strumenti culturali per comprendere l’ironia. Questa affermazione ha scatenato un’ondata di reazioni indignate, non solo tra i tifosi, ma anche tra alcuni colleghi giornalisti. Tra questi, Manuel Parlato, che ha difeso il pubblico napoletano sottolineando l’inopportunità della scenetta. La conseguenza? Parlato è stato allontanato dalla trasmissione. Un episodio che dimostra come, nel mondo dell’informazione sportiva, resista un atteggiamento di sufficienza nei confronti dei napoletani: non solo essi sono il bersaglio di battute discutibili, ma quando si ribellano vengono tacciati di vittimismo o, peggio, di scarsa capacità di comprensione.
Questi due episodi pongono una domanda inevitabile: qual è il ruolo dell’Ordine dei Giornalisti in tutto questo? Il codice deontologico impone ai giornalisti di evitare generalizzazioni e stereotipi, di raccontare i fatti con equilibrio e di non fomentare discriminazioni. Eppure, nei casi citati, siamo di fronte a un linguaggio che non solo alimenta pregiudizi, ma li rafforza nella percezione collettiva. In un’epoca in cui l’informazione viaggia veloce e i social amplificano ogni messaggio, il linguaggio usato dai giornalisti ha un peso enorme. Eppure, troppo spesso, sembra che si possa impunemente ridicolizzare una città e il suo popolo senza alcuna conseguenza.
L’informazione ha un potere enorme: può creare ponti o alzare muri, può unire o dividere. Il modo in cui Napoli e i napoletani vengono raccontati è spesso viziato da una lente pregiudiziale che li dipinge come eccessivi, invasivi, incapaci di rispettare le regole. È un racconto parziale e ingiusto, che non tiene conto della complessità e della bellezza di una cultura unica al mondo. Roccaraso e Sportitalia sono solo gli ultimi due esempi di un problema più grande: il linguaggio conta, e chi fa informazione ha il dovere di usarlo con rispetto e responsabilità. Perché la narrazione costruisce la realtà, e una narrazione sbagliata può creare una realtà sbagliata.
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