
Questo articolo, dal numero cartaceo di Giugno, è una rubrica in collaborazione con i Corsi di Sociologia del territorio e Sociologia dell’ambiente costruito del Dipartimento di Ingegneria dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli.
Aversa, ad versa, è una delle più antiche città del nostro territorio, insieme a Capua e Santa Maria Capua Vetere. Non si può dire che queste città siano rigogliose, all’altezza dei tempi. Ma Aversa mostra una “sofferenza” abnorme, rispetto al suo patrimonio artistico, storico e archeologico. Si potrebbe concludere che si tratta di un patrimonio sconosciuto, ignorato dai suoi stessi cittadini, perché è così! L’epoca della Terra dei Fuochi ha scacciato, alla lettera, tutti dal centro storico della città molto più di tante altre. Per alimentare, qui come in poche altre, il consumo di suolo e l’abusivismo edilizio, svuotando di ogni valore sociale, culturale e produttivo la città.
Aversa ha risposto in questo senso con assuefazione, senza trovare nei processi decisionali una necessaria consapevolezza e volontà di risposta. Bar e pizzerie dell’area sud sono, dopo le frequentazioni di passaggio, sopraffatti e, immediatamente, abbandonati. Nessuno vi appartiene veramente, nemmeno gli aversani. Il vero problema di Aversa è la sua indicibile e sconcertante povertà culturale e sociale. Zero o quasi zero consumo di cultura, zero o quasi zero socialità. I luoghi di incontro, che nel passato alimentavano la vita della città, si sono trasformati in luoghi di spaccio, di traffico di esseri umani, di violenza e aggressioni.

Piazza Municipio, la Villa per intenderci, è stracolma di spazzatura, degrado ambientale e architettonico, che è meglio non guardare, spaccio e microcriminalità. Piazza Vittorio Emanuele non lo è da meno; lo stesso potrebbe dirsi di piazza mercato. E il Parco Pozzi? Tutti sanno del degrado e dei pericoli a cui ci si espone se lo si frequenta, soprattutto in certi orari. Se ne potrebbero fare tanti di esempi, a confronto di un centro storico, come per esempio via Seggio e la parte della città che dal Duomo va verso l’antico Borgo, dove non vi è, ormai da tanto, vita, non più spazio di incontro e di socialità e dove la memoria storica dei luoghi è stata seppellita dalla miserrima povertà culturale.

Spazzatura disseminata, panchine rotte, piste ciclabili impraticabili, trasporti ipotetici, mancanza o scomparsa di luoghi di cultura, di librerie, di biblioteche, di luoghi dove la socialità e lo spirito dei luoghi dovrebbe alimentarsi ed esprimersi. Le due facce dell’arco dell’Annunziata nascondono, dalle due prospettive in cui possiamo porci, una domanda: verso chi Aversa è, ora, ad versa. Forse a sé stessa.
Articolo a firma della prof.ssa Annamaria Rufino e degli studenti
Il declino di luoghi storici come il Parco Pozzi, Piazza Municipio o via Seggio va di pari passo con la trasformazione della vita cittadina. I bar e i locali della città non offrono vera aggregazione, ma una “vetrinizzazione” dell’individuo: ci si ritrova per un consumo distratto, in un circolo che non lascia alcuno spazio al confronto, al dibattito o alla crescita collettiva. Quando lo spazio pubblico cessa di essere un bene comune da tutelare e diventa solo uno svincolo di passaggio o, peggio, una zona franca per l’illegalità e il degrado, la città smette di essere un organismo vivente e diventa un semplice agglomerato di solitudini.
A cura di Rosa Lauriello, Giovanni Abate, Francesco Gallo, Clemente Convertito, Antonio Puorto, Alessio Mezza Mezzacapo, Augusto Della Volpe
Qual è il problema che i cittadini percepiscono di più in città? Il numero elevatissimo di furti. La microcriminalità agisce sulle piccole attività commerciali senza sosta e sembra non avere timore delle forze dell’Ordine. E di cosa si preoccupa la pubblica amministrazione? Di cementare piste ciclabili, tra l‘altro in zone e strade con elevato traffico, dove gli eventuali ciclisti sarebbero più soggetti a smog ed inquinamento acustico. Piuttosto che di tenere in ordine e pulita, almeno, via Roma, strada dello shopping della città, trascurando varie aree e strade meno soggette al passeggio. Aversa che vanta non solo un ricco patrimonio artistico ed architettonico, ma anche un famoso patrimonio gastronomico, un tempo fulcro di tutto l‘agro aversano, oggi è solo una triste città di passaggio.
A cura di Annamaria Giordano Bruno

Aversa è una città che porta sulle spalle secoli di storia, ma che oggi sembra aver perso parte della propria anima. Il centro storico, che un tempo rappresentava il cuore pulsante della vita cittadina, appare sempre più svuotato, segnato dall’abbandono, dalla scarsa cura e da una progressiva perdita di identità. Tra vicoli antichi, palazzi storici e luoghi che raccontano il passato della città, oggi spesso prevalgono silenzio, degrado e spazi poco valorizzati. Non è solo una questione urbana, ma culturale: quando un centro storico viene dimenticato, si spezza anche il legame tra cittadini e memoria collettiva. Perché una città non muore quando invecchia, ma quando smette di credere in sé stessa, nel valore dei suoi luoghi, come luoghi di cultura e socialità.
A cura di Rosa Colella, Mario Santoro, Pasquale Caiazzo, Paquale Schiavone
Un appunto necessario riguarda le piste ciclabili realizzate lungo viale John Fitzgerald Kennedy (“Variante di Aversa”). Sono opere che restano sostanzialmente inutilizzate, e non per pigrizia dei cittadini, come superficialmente si potrebbe sostenere, ma per pura impossibilità: tra lo smog del traffico veicolare, l’inquinamento acustico assordante e il rischio concreto per l’incolumità di chi prova a percorrerle, queste piste rappresentano tutto fuorché un’infrastruttura realmente fruibile. Il paradosso è evidente.
A fronte dei problemi gravi che affliggono Aversa – degrado del centro storico, povertà culturale, abbandono degli spazi pubblici, microcriminalità – sui quali sarebbe urgente intervenire, si sceglie di realizzare opere come queste, scollegate dai reali bisogni della collettività e dalle priorità di una rigenerazione urbana seria. Una pista ciclabile costruita in mezzo allo smog non è una pista ciclabile: è un’opera di facciata, pensata per dichiarare di aver fatto la propria parte. Ma non prendiamoci in giro: non è così che si costruisce una città vivibile.
A cura di Giovanni Dell’Aversana
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