
Le trasmissioni sono momentaneamente interrotte causa lutto: è morto il cinema
Se c’è una pratica che ho sempre odiato dell’essere umano è quella di farsi degli idoli; l’attaccamento per un’icona pubblica che supera la semplice stima e sconfina nell’irrazionalità. L’idolatria ci rende ciechi, stupidi e limitati mentalmente e ci impedisce di avere uno spirito critico e coscienzioso.
Allora perché? Perché sono giorni che non smetto di piangere per un uomo che ho visto mezza volta in vita mia in una Fiera del fumetto? Perché Federico Frusciante non era qualcuno che ascoltavi e basta, era qualcuno con cui avviavi un legame empatico fin dall’inizio, ci entravi dentro, leggevi tra le righe di ogni affermazione forte e provocatoria che faceva, e questa era la prima cosa che ti insegnava. Questo era il suo modo di parlare di cinema: i film non li vedeva, li viveva visceralmente.
Mi ha insegnato che amare il cinema può voler dire altro che amare il mattone polacco minimalista per pura masturbazione intellettuale. “Io preferisco Fulci ad Orson Wells”, diceva. E forse è il segno più indelebile che mi ha lasciato la sua figura, sapere che la vera essenza del cinema sia un film di serie B fatto con amore, perché quando non hai né soldi né fama hai solo il tuo talento.
Mi ha insegnato che un omone di due metri con la gentilezza e la bontà di un bambino di 10 anni è la cosa più punk che possa esistere. E soprattutto, mi ha insegnato quasi tutto quello che so sulla settima arte. Per chi mi conosce, potrò inventarmi qualsiasi scusa sul come sia scoccato in me l’amore per il cinema, buttando in mezzo questo film o quell’altro, ma la verità è che la colpa del fatto che questa parte di me esiste ha un nome e un cognome: Federico Frusciante. Ed ecco perché non riesco a smettere di piangere per una persona che non conoscevo.
Perché con la sua morte è come se fosse morta anche quella parte di me. Federico Frusciante era uno dei più grandi esperti di cinema del terzo millennio, era un uomo buono, spietatamente sincero e coerente, era un freak post-punk, era marxista nel cervello e anarchico nel cuore. Fede era tutto ciò che di bello potessi immaginare in una persona. Ed era, soprattutto, un uomo fallibile, come penso che le icone debbano sempre essere.
Quante volte ancora avrò bisogno di un tuo “meglio e peggio”, di un tuo “Frusciante al cinema”, di una tua mini-rece o semplicemente di un tuo commento in una discussione in cui, come al solito, saresti andato fuori tema, per aiutarmi a cogliere quello che ancora non capivo di quest’arte e che solo tu riuscivi a spiegarmi.
La tua morte prematura mi farà vivere per sempre col rimpianto di non aver mai trovato il coraggio di chiederti un’intervista, che per quello che so di te non mi avresti mai negato, solo per la paura di non essere all’altezza. Forse volevi solo darmi un ultimo insegnamento, facendomi capire che auto-limitarsi per mancanza di fiducia e timore reverenziale è una gran cazzata. Non basterebbe ogni pagina di questo magazine per parlare di te, quindi mi limito a dire: Grazie Fede, grazie di tutto. Spero solo che almeno nell’aldilà non ci siano ambulanze che passano ogni 5 minuti.
Ah, nel Top di questo mese ci sarebbe dovuto andare Send Help, il grande ritorno di Sam Raimi. Inutile dire che essendo un horror sociale e politico di Raimi è un filmone. Inutile dire che anche questo me lo ha insegnato il Frusciante. Andate a vedere Send Help e andate a vedere tutta la cultura cinematografica che Federico Frusciante ha lasciato sul web, vi fareste un grande favore. E se non ci andate, poco cambia. Tanto, come avrebbe detto qualcun altro: “M’importa una sega”. CineCapone – Lettera a Federico Frusciante
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