
“Krypto, portami a casa” è la primissima battuta del film. Sembra quasi che Superman lo dica al suo fedele cane perché snaturato e sfigurato dal trattamento a cui Zack Snyder lo ha costretto nel decennio scorso, nella sua raffigurazione di un Superman antieroe, egoista, autocompiacente, grigio e oscuro. Tutto ciò che Superman non è.
Per fortuna, James Gunn a luglio riporta a casa Superman, insieme a Krypto (che poi è la rappresentazione cinematografica di Ozu, il cane di Gunn, quindi tutto torna). Kal-el (il vero nome del supereroe) torna ad essere un dio che si fa uomo, non uomo che si fa dio. L’Azzurrone è di nuovo simbolo di speranza, di bontà e gentilezza, di tutte quelle cose forse retoriche, scontate e sdolcinate, ma di cui l’uomo ha disperatamente bisogno in questo periodo storico, come ne aveva quando Jerry Siegel e Joe Shuster crearono il personaggio quasi 90 anni fa.
Gunn firma quella che forse non è la sua opera migliore, ma è di sicuro il suo miracolo più grande. In un unico film il regista cresciuto nella Troma doveva: fare un bel film di Superman, già di per sé complicatissimo; fare un film che fosse da apripista all’intero universo che dovrà svilupparsi proprio sotto la sua guida, presentando una miriade di personaggi; fare un film che al pubblico piacesse, dovendo ripagare la scelta di Warner bros. di mandare all’aria lo “Snyderverse” e dare l’intero ambaradan nelle sue mani e quelle di Peter Safran.
E Gunn è riuscito a fare tutte queste cose assieme. Il suo Superman è perfetto, buono e altruista, affiancato da una Lois Lane risoluta e intraprendente, e dalla “Justice Gang” formata da Hawkgirl, Lanterna Verde e Mr. Terrific, che si prende il primato come scena d’azione migliore del film. C’è poi un meraviglioso Lex Luthor in una versione similissima a quella di All Star Superman. Luthor è l’anima del film, col suo odio per Superman che emerge in ogni inquadratura. La sua è una rappresentazione pura dell’edonismo dell’essere umano, incapace di saziarsi di qualsiasi vetta di potere, fama e riconoscimento. Luthor, nel vedere Superman, un uomo che fa quel che fa senza alcun ringraziamento semplicemente perché è fatto così, non può che provare un senso di fallimento e inadeguatezza, che porta il povero Lex a disprezzare l’Uomo del domani.
Metteteci poi i riferimenti al genocidio palestinese, all’analogia alieno-immigrato in cui si incapsula Superman (tutta roba che ha fatto incazzare i peggiori conservatori), al ruolo del giornalismo come strumento manipolatorio o come ancora di salvezza per la giustizia, a seconda di come lo si usa. Il regista statunitense fa tutto questo, senza dimenticarsi della leggerezza e della verve ironica che è suo marchio di fabbrica. Insomma, se Gunn doveva farci tornare la voglia di guardare i supereroi sul grande schermo, dopo che l’MCU la sta sopprimendo a poco a poco, ci è riuscito benissimo.
“F1 – Il film” riesce davvero ad essere un target specifico per ogni tipo di pubblico, nel senso che li delude tutti, dal primo all’ultimo. Non è un film per gli appassionati di Formula 1, costretti a vedere un pilota che tiene dietro il gruppo di macchine a Monza, con la macchina che non va sul dritto (parola dell’ingegnere) o che effettua tranquillamente un incidente dopo l’altro appositamente per favorire il compagno di squadra, con anche la consapevolezza dell’intero paddock (e quindi della Race Direction); in sostanza il Crashgate ma 4 volte peggio, solo che invece di una squalifica a vita, Brad Pitt si prende i complimenti di tutti.
Non è un film per gli appassionati di cinema, che assistono a sottotrame con questo tipo di profondità: un meccanico non riesce ad essere veloce nei Pit stop. Poi ci riesce. Fine. Più in generale c’è da assistere a qualsiasi tipo di cliché, archetipo e drammaturgia tipica della peggior parte di Hollywood. L’unico tipo di pubblico a cui sembra indirizzato questo film è forse lo stesso che Liberty media è riuscito (benissimo) ad attrarre da quando è proprietaria della Formula 1, tramite un lavoro di mercificazione e spettacolarizzazione di incidenti, team radio, sigle pompose e tutto ciò che non ha niente a che vedere con il motorsport. Ma questa è un’altra storia.
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