
La rubrica sul cinema di cui avevamo bisogno: un film top e un altro flop di quelli usciti al cinema ad ottobre.
Non è più il tempo della lotta armata. L’era della resistenza pura è finita. Il rivoluzionario non ha più la legittimazione, la forza e forse neanche la voglia di portare avanti la sua battaglia alla luce del sole. Dall’altra parte, neanche il suo nemico può più palesarsi come prima. Il suprematista fautore di una società “pura e perfetta” deve fare i conti con la storicità delle sue idee, che lo rendono vulnerabile, seppur ancora con troppo potere.
E così, in “Una battaglia dopo l’altra” di Paul Thomas Anderson sia rivoluzionari che reazionari si muovono allo stesso modo, tramite cunicoli, tunnel e porte segrete. La lotta è ancora viva, ma si nasconde molto meglio. È così viva e così silente da spingere PTA a parlare di nuovo dell’America nei suoi aspetti sociopolitici, nelle sue contraddizioni, nel suo marasma etnico-culturale. Se “Il Petroliere” raccontava la nascita dell’America moderna, qui si racconta l’America del presente e, purtroppo, quella che probabilmente sarà l’America del futuro.
Un mondo sempre più idiosincratico delle proprie diversità, sempre più legittimamente rancoroso delle secolari oppressioni che parti di esso subisce; un mondo dove se questi veleni sono sopiti e permanenti, la colpa sta anche dalla parte di chi sognava e provava a cambiare il mondo, diventato troppo occupato a darsi l’etichetta di rivoluzionario e cucirsi attorno uno status quo tipico di egli, da perdersi nella creazione e risoluzione di stupidi e complicatissimi codici segreti, piuttosto che alla lotta. Eppure, quelle persone rimarranno in ogni caso le uniche a conoscere davvero il mondo, istruendo i loro figli come si deve ricordando che eroi della patria idolatrati fin dalla scuola primaria saranno sempre dei bastardi suprematisti guerrafondai.
“Una battaglia dopo l’altra” è un film d’azione che si trasforma in dramma familiare, è un dramma familiare che si trasforma in buddy movie, è un buddy movie che si trasforma in road movie. È un miracolo registico che dà finalmente qualcosa di nuovo al cinema, con inquadrature e movimenti di macchina che esulano dal piattume dello standard tradizionale.
È una sequela di interpretazioni da lacrime agli occhi, tra Leonardo Di Caprio e il suo rivoluzionario in pensione, Sean Penn e il suo prototipo spiaccicato di nazista, lo straordinario Benicio Del Toro, il vero simbolo della libertà intesa come reazione frustrata ad uno stato di oppressione: “Sai cos’è la libertà? Non avere paura, proprio come Tom Cruise”. È soprattutto la rivelazione Chase Infiniti, miglior personaggio del film, emblema di un’America che si ritrova in una guerra silente inaspettata in mezzo al perbenismo di ogni ideologia che ricopre il dibattito pubblico di un velo di ipocrisia, una guerra che non ha scelto di combattere e in cui però è nata. Una guerra che ad un certo punto devi combattere, perché in un mondo in fiamme prima o poi devi scegliere se farti benzina o estintore.
“Una battaglia dopo l’altra” non è un film che ti sbatte la rivoluzione in faccia, anzi dopo circa venti minuti sembra apparentemente sparire. Chi cerca una morale politica che ti venga sputata in faccia senza criterio rimarrà deluso. È un film di Paul Thomas Anderson, dunque un film teorico, la cui profondità di analisi ti regalerà emozioni tali che le risate, le emozioni e i drammi che ti darà una prima lettura risulteranno solo la punta dell’iceberg.
Un film che punta volutamente ad aver una storia semplice e tutta messa in scena, che esplora, in mezzo ad un mare in intrattenimento di alta qualità, il rapporto uomo-macchina e la relazione col mondo virtuale, non risparmiandosi per nulla sulla potenza dell’impatto visivo dell’immagine. Ma smettiamola di parlare di Ready Player One, che compie ormai 7 anni.
Tron: Ares, invece, schiva decisamente l’obiettivo finendo per essere tuttalpiù mediocre. Un videoclip di due ore già era difficilmente sopportabile quando in Tron: Legacy alla colonna sonora c’erano i Daft Punk, se poi ci metti i Nine Inch Nails in sostituzione, non all’altezza dei primi, reggere il colpo diventa davvero dura.
P.S.: in Flop avrebbe dovuto probabilmente esserci “Io sono Rosa Ricci” ma il patto silente tra me e voi stipulato alla creazione di questa rubrica è quello di parlare solo di film degni di essere chiamati tali.
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