
Top: Bring her back
Cosa vuol dire perdere un familiare? A cosa può portare l’elaborazione (o la mancata attuazione di quest’ultima) di un lutto? Bring her back, il nuovo film dei gemelli Philippou, alla loro seconda opera dopo il già ottimo Talk to me, non è solo un horror meravigliosamente disturbante, ma riesce a toccare temi come quelli descritti in una maniera sorprendentemente dolce e delicata, pur essendo lo stesso film in cui vediamo scene gore, splatter e di body-horror puro. Tali scene sono in ogni caso centellinate in maniera equilibratissima, con una gradualità nella tensione che cresce a poco a poco, fino ad esplodere nell’ultima parte. La miscela di dolcezza e tensione allo stato puro è una componente cardine per tutto il film, poiché non è casuale. Il male che vediamo emergere man mano nel secondo e terzo atto, è frutto di un eccesso di bene. La ricerca spasmodica dell’unica cosa che ti ancorava alla tua umanità diventa la tomba finale di quest’ultima, trasformandoti in un carnefice del peggior tipo. Ogni personaggio è scritto in maniera estremamente approfondita e cucito appositamente attorno all’attore di riferimento; Sally Hawkins e Billy Barratt sono sensazionali. Le scene di forte impatto, inserite con il contagocce, sono a dir poco memorabili (c’è una scena, in cui c’entra un coltello, che non riesce più ad uscire dalla testa del sottoscritto) per una costruzione narrativa tipica di chi sa davvero come si fa un horror. Non c’è altro da aggiungere se non che i gemelli Philippou si inseriscono di diritto nella lista dei prescelti per far rinascere il genere horror, insieme ad Eggers, Aster, Mitchell e pochi altri.
Flop: Una pallottola spuntata (2025)
Partiamo dal fatto che chi scrive ha delle forti riserve sui rifacimenti di pietre miliari del cinema, qualunque sia il caso (ho provato fastidio perfino nel vedere Villeneuve che osava fare un seguito di Blade Runner), quindi no, non sarò oggettivo. Ma d’altronde chi lo è? Per spiegare il fallimento di questo film basta raccontare la storia della sua creazione: inizialmente (ormai 8 anni fa) fu contattato David Zucker, regista della trilogia originale e ideatore, insieme a suo fratello Jerry e a Jim Abrahams, con i quali formava la ZAZ, di questo ed altri capolavori del cinema demenziale come Airplane, Ridere per ridere, Top Secret! e i famosi Scary Movie 3 e 4; David consegnò una sceneggiatura, che però fu felicemente cestinata, allontanando dalla produzione Zucker e cambiando totalmente il progetto, affidando la regia nientepopodimeno che ad Akiva Schaffer. Il risultato? Un’accozzaglia di battutine che (almeno per quanto ha riguardato il sottoscritto) non vanno a segno quasi per nulla, per la pessima costruzione che si fa delle gag. Anche perché, come aveva già intuito Zucker, che nella sua sceneggiatura aveva portato una parodia del genere spionaggio, nel 2025 il genere poliziesco è pressoché estinto, quindi l’elemento parodistico è sostanzialmente nullo. C’è da dire che Liam Neeson avrebbe anche la faccia adatta per essere un moderno Frank Drebin, peccato che una gonnellina con le mutandine da donna visibili non è esattamente l’emblema della comicità. Se Leslie Nielsen era un poliziotto che, nonostante la sua innata professionalità, era un completo idiota che finiva per allontanarsi a poco a poco dalla riuscita di un caso che avrebbe potuto risolvere in 10 secondi, Liam Neeson è un poliziotto che sembra effettivamente bravissimo nel suo caso e si avvicina sempre alla sua riuscita, semplicemente intervallando le sue gesta con battute squallide.
Il film ottiene dunque l’effetto opposto: Una pallottola spuntata degli ZAZ era un film demenziale che riusciva ad essere serio nella sua costruzione, Una pallottola spuntata di Schaffer pare un film serio costellato da dementi.
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