
Come un fulmine a ciel sereno, nel silenzio generale, Camp Miasma è arrivato e mi ha fatto innamorare, mettendo su schermo buona parte di quello che è sempre stato il pensiero fondativo di tutto ciò che mi attrae del genere horror, di cui questo film si fa manifesto. Jane Schoenbrun, al suo secondo lungometraggio, ci racconta di una promettente regista di queer horror in cerca della final girl per il reboot del mediocre franchise horror anni ‘70 “Camp Miasma”. Un pretesto per spiegarci perché quest’ultimo è il miglior genere che esista, poiché ci ricorda costantemente di cosa siamo fatti: “carne e fluidi”. Così sentenzia Billy Presley, la protagonista del primo film della saga, che non solo spiega a Kris, la regista citata poc’anzi, molto legata alle tematiche queer, il paradigma tra paura e desiderio che lei ha sempre percepito ma che non si è mai spiegata, ma porta la nostra all’interno di un mondo surreale dove realtà e cinema si mescolano alla perfezione. Kris si rende conto di recitare una parte all’interno di un mondo reale che rendiamo artefizio propedeutico al rispetto di dinamiche più grandi di noi, così come ogni altro personaggio del film, dalla sua partner ai suoi esilaranti superiori della produzione. Conscia finalmente di ciò, può guardare in faccia l’artefizio e renderlo realtà, in una sequenza finale simil-lynchiana, in cui l’artefizio della realtà può lasciar spazio alla realtà dell’artefizio, che infatti le permette di raggiungere stati emotivi (e non solo) che la realtà non le ha mai permesso di raggiungere. Una riflessione che più si approfondisce e più si scopre critica a più parti, anche ad una parte di quella stessa comunità queer, talvolta anch’essa rinchiusa all’interno di una parte da recitare, senza capire come dare davvero sfogo alla propria natura.
Vallo a vedere, dicevano, questo è diverso. É tornato lo Spider-Man metropolitano, dicevano. È finalmente uno standalone, staccato dalle esigenze dell’universo condiviso, dicevano. E io ci sono pure cascato. Inutile spiegare la sensazione di truffa che ho provato quando mi sono visto spiattellati in faccia la Vedova Nera, The Punisher e Bruce Banner nel giro di 7 minuti. E questo era prima di scoprire la ciliegina finale, cioè che il “villain” stesso del film è completamente inutile, se non per presentare i nuovissimi e interessantissimi X-Men. Vorrei davvero capire, da chi è anche un accanito lettore di fumetti americani (come me), come possa apprezzare un film sul suo supereroe in cui il cattivo, per tre quarti di film, è Jean Grey, che con Spider-Man ci incastra poco e nulla. Una volta che la base è questa, un film così, almeno a parere di chi scrive, diventa irrecensibile. Sarebbe inutile sprecare tempo a recensire un film che in realtà non è che l’ennesima puntata di una serie TV. Ed è anche un bene, perché se dovesi parlare effettivamente del film in sé, sarebbe peggio. Una regia che riesce a mettere più rallenty inutili di un film di Zack Snyder, impresa poche volte riuscita ad un essere umano. La fotografia è l’unica cosa apprezzata anche dai più critici, mentre io ci vedo solo del grigio spiattellato con una luce apertissima più di quella di Duccio. Eclisso sull’ennesima storia trita e ritrita di qualsiasi supereroina donna che diventa villain di questo universo, che è sempre correlata ad un legame familiare spezzato, perché la famiglia è a quanto pare la massima ambizione di un personaggio femminile. Ma, come detto, è inutile parlarne, non trovandoci neppure dinanzi a un film. Ma soprattutto, ‘sto Peter Parker i soldi dove li trova?
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