
Consumare=Ridurre al nulla un bene adoperandolo per particolari necessità, per il soddisfacimento di propri bisogni, o in genere sfruttarlo per un uso determinato.
Siamo abituati, nell’ultimo mezzo secolo, da quando menti come Marcuse o Pasolini ci hanno fatto ingoiare questa pillola, a pensare al verbo “consumare” con questa accezione, a connotazione fortemente politica, estremamente negativa per chi si oppone alle logiche capitalistiche. Bi Gan, regista cinese al suo terzo lungometraggio, ci mostra che “consumarsi” può essere la più sensazionale metodica di vita a cui l’essere umano può ambire. Il suo “delirante”, ultimo esemplare di uomo che continua a sognare in un tempo futuro in cui gli uomini hanno barattato questa capacità con la vita eterna, si consuma come una candela che sta consumandosi nell’esercizio della propria funzione naturale. E così il delirante, stolto essere umano che rinuncia alla vita eterna per inseguire un mondo diverso chiamato cinema, viaggia all’interno della storia della settima arte, dei suoi generi, dei suoi sapori, dei suoi suoni e dei suoi odori.
Tutti e 5 i sensi vengono usati nelle storie che raccontano epoche diverse della Cina e soprattutto del cinema, dal gotico espressionista con tanto di delirante in versione mostro simil-Nosferatu, passando per il noir, il dramma, il neorealismo, fino ad arrivare al melò di Wong Kar-Wai, dove non solo vediamo il marchio di fabbrica di Gan, un piano-sequenza tra i più belli degli ultimi…boh, 100 anni? Ma abbiamo anche una storia di vampiri, di quelli che vivono centinaia di anni, a meno che non decidano di vedere la bellezza dell’alba e consumarsi al sole, bruciando proprio come fa una pellicola esposta alla luce.
Resurrection è quel tipo di film che capita sempre più di rado di vedere, che ci rende spettatori a 360 gradi e anche protagonisti, con un pubblico che ti guarda come per spingerti a non essere complice di questo spegnimento graduale dell’arte e cercare di immaginare e creare, a modo tuo. Se alla lettura di questo testo c’è ancora qualche pazzo che sta proiettandolo, nei meandri di distribuzione carica di biopic musicali fatti con lo stampino e sequel di film che già 20 anni fa facevano schifo, non lasciatevelo sfuggire.
La visione del mondo che le grandi industrie del cinema vogliono lasciare ai bambini è riassumibile nel fatto che in due interi film Mario e Peach non possono manco tenersi per mano tanto dell’edulcorazione sessuale di cui è intrisa l’impresa, ma Mario può tranquillamente avere un’avventura su un pianeta fatto interamente a mo’ di casinò. Se il primo film aveva almeno l’emozione di vedere sul grande schermo, con una qualità di animazione oggettivamente elevatissima, l’iconico idraulico coi baffoni, questo non trova senso di esistere se non per far rincitrullire i bambini. La memorabilità del film è tale che all’uscita dalla sala l’unica scena che ricordi delle ultime due ore è quella di te che paghi 10 euro per assistere al nulla mischiato col niente; una scena che ha il sapore amaro del rimpianto e dell’inganno.
“È un film per bambini, non essere pesante” dirà qualche corpo partorito dal demonio. Vorrei entrare nella mente di queste persone per capire la logicità nel pensare che se una cosa dev’essere intrattenimento leggero debba necessariamente fare anche schifo, come se non si possa far divertire i bambini, o in generale intrattenere, senza creare un’opera con una storia, un contenuto e magari addirittura un significato. E giuro che di robe così ne esistono, basta guardare The Lego Movie, che ha forse un’anima commerciale ancor più marcata di questo film, eppure è uno dei film d’animazione più divertenti e ben fatti che ricordo degli ultimi anni. Ora vado a fare l’unica cosa che puoi fare per disintossicarti da questa tortura: una speed run di 30 ore su Super Mario Galaxy per Wii.
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