
Seconda parte della rubrica “facciamo sentire un fallito Luca Capone”. Stavolta il regista è addirittura un ventenne maledetto di nome Kane Parsons, che insieme all’altro biondino stanno sbancando al box office da due mesi. La critica è un po’ meno dolce con questo esperimento fuoriuscito dal web rispetto al suo compagno Obsession.
Eppure, Backrooms mi è piaciuto anche di più del “salice dei desideri”. Sarà perché la sua instragrammabilità (che è comunque presente) mi è sembrata più funzionale al racconto, traducendosi in una certa estetica ed atmosfera molto attrattive, o sarà perché ciò che trasmette mi è apparso, nella sua ambiguità, molto più profondo.
Mi è sembrato più maturo il voler ambientare la trama al centro della generazione dei Millennials, come a simboleggiare l’inizio di quel certo tipo di uomo, che nella liminalità, nel perenne limbo di una vita insoddisfacente si è ritrovato a galleggiare e a stagnare, colpevolmente o (molto più spesso) no. Tanto che il nostro Clark nelle backrooms trova la sua terra promessa: un non-luogo in cui quella condizione non è disumanizzante ma è la normalità.
Il film non è ovviamente esente da difetti, come una colonna sonora troppo invadente, che avrebbe a mio parere dovuto lasciar spazio al silenzio e ai flebili rumori delle backrooms per assorbirne in pieno l’angoscia.
Ma la strada che si è aperta negli ultimi due mesi è quella di una realtà horror, il classico creepypasta che abbiamo visto crescere sul web, che è sconfinata sul grande schermo, e funziona incredibilmente bene. Decidere chi tra Kane Parsons e Curry Barker ha più potenziale come futuro maestro dell’horror è come decidere chi tra Kimi Antonelli e Pedro Acosta sfonderà di più le bacheche nei prossimi 10 anni di Formula 1 e MotoGP, quindi la risposta è uguale: non rompiamo gli zebedei e godiamoceli entrambi.
Allora, partiamo dal fatto che non mi sono mai associato al paradigma “Spielberg + alieni = capolavoro”. So benissimo quando aspettarmi un capolavoro dal regista americano, e non è in questo tipo di film. ‘E.T.’ mi ha sempre fatto abbastanza schifo, così come ‘La guerra dei mondi’. Il capolavoro sugli alieni di Spielberg è indubbiamente ‘Incontri ravvicinati del terzo tipo’; solo che, se non fosse esistito quest’ultimo, ‘Disclosure day’ mi sarebbe anche piaciuto.
L’unico motivo per cui ho resistito tutto il tempo alle forzature di trama e al fatto che gli elementi narrativi del film sono un’accozzaglia di derivazioni che non aggiungono nulla, era vedere sto benedetto “disclosure”: il momento-rivelazione al mondo intero dell’esistenza degli alieni.
Ma nonostante la mia bravura nell’andare avanti mentre vedevo l’agenzia segreta più esperta e qualificata del mondo lasciare le porte della macchina spalancate con le chiavi inserite mentre sta cercando qualcuno nelle immediate vicinanze, sono stato ripagato con un disclosure finale abbastanza modesto.
Bellissime le musiche di John Williams, ovviamente, bellissima l’architettura estetica, ritmica e ambientale, ma è praticamente il finale di ‘Incontri ravvicinati del terzo tipo’ cinquant’anni dopo. Stesse impressioni, stesse emozioni, solo con la sensazione che sia fuori tempo massimo.
Ed è quest’ultimo aspetto che lo rende un flop. Quando venne fatto ‘Incontri ravvicinati del terzo tipo’ il mondo stava andando in una certa direzione, e la pellicola di Spielberg cercava di annunciare un mondo pronto ad accogliere il “diverso”. Non solo in senso di contrapposizione al razzismo vero e proprio, ma ad un ordine mondiale che fino ad allora era stato diviso e allora si pensava fosse pronto ad accomunarsi. A questo serviva la metafora degli alieni, fino ad allora serviti come sovietici allegorici che invadevano i buoni, e che Spielberg trasformava in figura “amichevole”.
Ora, dopo cinquant’anni, il mondo sembra tutt’altro che pronto a vivere serenamente, insieme e felice. Quindi ‘sta metafora non è che proprio mi arrivi, Steven.
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