
Due premesse: 1) Christopher Nolan non mi fa né caldo né freddo. Non sono né dalla parte di chi lo reputa il messia sceso in terra né di chi lo insulta a prescindere per essere contro la massa. Se fa un film bello mi piace, se fa un film brutto mi fa schifo, questa è la mia posizione. 2) Dell’accuratezza storica non me ne importa nulla. E non parlo solo delle pleonastiche polemiche sulle carnagioni degli attori o sulla fedeltà delle armature.
Parlo dello stravolgimento dell’opera in praticamente tutte le sue parti, non solo in termini di narrazione, ma nella natura stessa di ciò che viene raccontato, dei personaggi e del significato dell’opera. Sono dell’opinione che nulla sia intoccabile, se lo fai bene e il risultato finale è un’opera di valore. È legittimo non essere d’accordo con questa visione, va benissimo. Del resto, vivo in un mondo in cui se stravolgi un fumetto di supereroi ti vengono a bussare sotto casa, non posso neanche immaginare ciò che succede nella mente di un uomo se si stravolge Omero.
Detto questo, il modo in cui Nolan ha “usato” l’Odissea per raccontare il mondo post-moderno, raccontare i peccati della nostra civiltà e, ancora una volta, parlare del senso di colpa dell’uomo del XXI secolo, mi ha fatto impazzire. Non ci posso fare niente.
Il senso di colpa è un tema presente in Nolan non solo da Oppenheimer, ma letteralmente fin da Memento; eppure, parlarne attraverso uno dei più grandi racconti conosciuti, mi ha dato una carica empatica che non poche volte mi ha emozionato durante la visione del film.
Ulisse, più che un uomo curioso e astuto, sembra essere l’ombra di quell’uomo dopo che ha visto a cosa ha portato la sua genialità, e dopo aver capito quanto la moralità e i valori di un uomo siano il prezzo più alto per la supremazia. E questo è il racconto dell’uomo moderno secondo Nolan.
Se avrete voglia di smarcavi per tre ore dall’interpretazione omerica per una comprensione migliore del presente, il film vi emozionerà. Se invece volete che Odisseo dica di chiamarsi Nessuno perché altrimenti il vostro diploma al liceo Classico vi sembra irrilevante, cambiate film, non preoccupatevi.
Sono convinto che le case di produzione italiane si impegnino durante tutto il periodo estivo affinché, anche col prezzo del biglietto ribassato, tu possa avere la sensazione di aver buttato i tuoi soldi. C’è bisogno di qualcosa di molto più scabroso per darti questa sensazione pur avendo pagato 3,50€, eppure, Election Day riesce nell’impresa. Agli ultimi David di Donatello, l’attrice Matilda De Angelis ha dichiarato che il cinema italiano deve tornare ad essere politico e sociale. Giustissimo, ma avrei un appunto. Che il cinema italiano possa ridiventare politico potrebbe solo farmi piacere, ma per me, che diventi politico o meno, la condizione principale è che il cinema italiano torni ad essere contenutistico.
Perché quest’opera, diretta da Giorgio Amato, è la prova che un film, anche se si prefigge di essere politico, può essere completamente vacuo di contenuti. Una satira politica da prima elementare, un’idea di sceneggiatura praticamente abbozzata e messa in scena in egual maniera. Il regista riesce a farci empatizzare più col razzista che vorrebbe prendere in giro che con i politici di sinistra che vorrebbe mostrare come dolci e affettuosi, e che invece appaiono solo come ipocriti e ridicolmente abbottonati nei modi di fare.
Non a caso quello a sdoganare una pratica progressista come la pornografia è il razzista, mentre i due progressisti ne fanno una questione di Stato per circa mezz’ora. Gli attori protagonisti, Angela Finocchiaro e Giorgio Tirabassi, sembrano non avere alcuna voglia di recitare in questo film e li capisco benissimo. Addirittura, Tirabassi sembra il riflesso del suo personaggio in Boris che dissipa il suo talento per abbandonarsi alla mediocrità delle produzioni italiane, solo che non ha nemmeno voglia di ironizzare amaramente sul fenomeno, è semplicemente malinconico.
Non è la prima volta che Amato fa un film politico di tale bassezza, e non è la prima volta che ha la sfacciataggine di ambientarlo tutto in una stanzetta. Questo Woody Allen dei poveri dovrà spiegarmi come fa a farsi produrre i film, prima o poi.
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