
La rubrica sul cinema di cui avevamo bisogno: per questo mese, un film top e un altro flop di quelli usciti su Netflix a novembre.
“E tu ti diverti a giocare così?”. Per un rinnegato del tennis, costretto a vedere uno dei suoi sport preferiti macchiato da cose come il “coaching” o da un livello competitivo che si basa ormai sul tennista che la spara più potente, quello che fa meno errori e quello che riesce a stare più attaccato a fondocampo senza mai avanzare a rete, vedere un film che parla di tennis in questo modo, che sfrutta il tennis come metafora di vita, cosa che il tennis è già di per sé, perché “il tennis è come la vita, tu entri in campo da solo ed esci dal campo da solo, l’unico a cui puoi dare la colpa sei tu”, mi ha fatto tornare alle emozioni che rivivo quando guardo Match Point di Woody Allen.
Il Maestro di Andrea Di Stefano non è, probabilmente, neanche nella Top 3 dei film visti a novembre. C’è stato The Running Man di Edgar Wright al vertice di questo mese per quanto mi riguarda; c’è stato il meraviglioso Bugonia di Lanthimos; c’è stato Dracula di Luc Besson, di cui mi fido sicuramente del fatto che è un ottimo film, come constaterò appena troverò la voglia di guardare il 48esimo film di Dracula in 3 anni. Ma nel top di questo mese ci va Il Maestro. Perché? Perché questo film ha cuore. E avere un film di genere italiano che abbia cuore e al contempo la tecnica e la capacità di mettere la macchina da presa nel punto giusto è un miracolo che, di questi tempi, deve necessariamente essere osannato.
Il film sa far ridere, sa intrattenere, tiene bene il ritmo, si poggia (ovviamente e giustamente) su un Pierfrancesco Favino che troneggia e dà il meglio di sé in un Raul Gatti con cui è impossibile non empatizzare, il tutto circoscritto da una serie di sequenze davvero sorprendenti rispetto a quella che è la media del cinema di genere italiano, che Andrea Di Stefano, con L’ultima notte di Amore prima, e con Il Maestro ora, sembra voler disperatamente far rinascere. Gli si possono perdonare, dunque, i lati negativi (che pure non sarebbero pochi) del film. Ma non è questa la sede per parlarne. Qui è dove vi si dice che voi Il Maestro lo dovete guardate e lo dovete supportare, altrimenti vi meritate i Ruffini e i Pieraccioni.
Storia meravigliosa, costumi perfetti, interpretazioni sublimi e regia di cui neanche c’è bisogno di parlare perché è Del Toro, che gli vuoi dire. E quindi? E quindi flop, palese. Perché? Beh, innanzitutto perché è impossibile fare una recensione di un film che non si è potuto vedere sul grande schermo. Il crimine artistico del 21esimo secolo, se siete dei puristi o se avete qualche amico rompiscatole come me, lo conoscete già, cioè quello di sottrarre ad un’arte il suo luogo prediletto di fruizione per ridurlo a prodotto televisivo; il che renderebbe flop anche Quarto Potere, anzi, soprattutto Quarto Potere, perché, più il film è di qualità, più l’impossibilità di poterlo apprezzare nell’unico modo in cui si può davvero apprezzare un film è scandaloso.
Ma, a dire il vero, un fattore che rende questo film meritevole del flop a prescindere da questo discorso c’è: l’estetica. Perché questo film non è solo di Netflix e su Netflix, ma è anche fatto per Netflix. Il comparto visivo si piega completa-mente al mezzo televisivo. Del Toro sa perfettamente che ricercare profondità di campo, sporcizia e contrasti in un film su TV è inutile. E dunque la messa in scena è totalmente piatta, pulita, super satinata, con un maledetto tramonto perenne che neanche in War Horse. Siamo arrivati oltre le mie più rosee aspettative, accipicchia! Non solo il sistema delle piattaforme streaming distrugge il luogo di culto del cinema, ma ne estirpa l’essenza svilendo l’estetica di un regista che dell’estetica ha sempre fatto il suo cavallo di battaglia. Benvenuti nel futuro, contenti voi.
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