
Sono passati quasi vent’anni, ormai, dalla fine del sodalizio che aveva sconvolto (in tutti i sensi) il panorama cinematografico, e non solo, italiano. La coppia Ciprì e Maresco si è sciolta nel lontano 2008 e da allora i due registi lavorano separatamente, continuando a regalare grandi opere al cinema satirico italiano. Franco Maresco torna al cinema, appena dopo l’esordio al Festival di Venezia, alla sua maniera, con un documentario che non è un documentario, che racconta la storia di come la produzione del film che stava preparando su Carmelo Bene sia andata a quel paese.
Se non conoscete il personaggio di cui sto parlando, questo film probabilmente è un ottimo punto di partenza. Per una volta, infatti, Franco Maresco mette (solamente per una sezione di film) da parte la sua narrazione politica e sociale per parlare proprio di Franco Maresco, della sua carriera, della sua storia professionale e della sua nausea inesorabile nella realtà artistica e culturale degli anni ’20 del 21esimo secolo.
Una manifestazione dritta e precisa della sua rabbia e frustrazione nei confronti dell’ignoranza che pervade l’umanità, della mediocrità che viene premiata quotidianamente nella società a cui aspira l’uomo moderno sotto il falso nome di “meritocrazia”. Un’analisi strana, a tratti incoerente (quasi scontato dire “anarchica” se si parla di Maresco) di questa piaga, per la quale Maresco sembra avere, per alcuni tratti, quasi una sorta di fascino, fino a mostrare come l’ignoranza (in uno splendido omaggio a Il settimo sigillo, con una scena fatta così magistralmente sul piano tecnico da superare quasi l’originale) possa addirittura sconfiggere la morte.
Un racconto stranamente molto più personale del solito, dunque, che per alcuni ha rappresentato il punto debole del film, vedendolo come un qualcosa di più egoistico rispetto ad opere politicamente e socialmente impegnate come “Belluscone” e “La mafia non è più quella di una volta”. Per il sottoscritto, in realtà, non è difficile immedesimarsi nel regista siciliano, e nella sua visione stomachevole della società tecnologica moderna, trasformando un racconto personale in qualcosa che ben più di un’autobiografia, e cioè il manifesto dell’uomo impegnato all’interno della melma culturale del terzo millennio.
Mi ero ripromesso di non fare discorsi “troppo politici” sul cinema in questa rubrica, lasciando spazio ai film. Ma questo mese nel Top ci è andato un emblema dell’anarchia come Franco Maresco, avanguardista specializzato nella rottura di qualsiasi regola o convenzione sociale. Così ho pensato “ma sì, facciamo un po’ come ci pare, proprio come farebbe Maresco”.
E allora nel flop ci va il cinema italiano e la sua distribuzione nelle sale, capaci in questo mese di marginalizzare film come “Honey Don’t!” di Ethan Coen, “Alpha” di Julia Ducournau, lo stesso “Un film fatto per Bene” e soprattutto “The voice of Hind Rajab”, film arrivato secondo al Festival di Venezia che racconta la storia di una bambina palestinese di 5 anni uccisa brutalmente durante il genocidio ancora in corso.
Leggende del cinema, promesse interessanti e film evento di importanza assoluta relegati ad orari improponibili per una quantità irrisoria di giorni nelle sale, per dare spazio a roba come il quattrocentesimo capitolo di “The Conjuring”, film di registi illustri come Mike Flanagan (quello che ha fatto il seguito di “Shining”. Come dite? Non sapevate ci fosse un sequel di Shining? Ecco, appunto) o addirittura riproposizioni reiterate della mitica commedia “Quel pazzo venerdì, sempre più pazzo” uscita mesi fa ma che era, a quanto pare, troppo iconica per andarsene così presto dalla nostra mente.
Sarò influenzato dalla visione di Maresco e dal suo schifo per la direzione che il mondo sta prendendo, ma sembra proprio che chi guida le cose ai piani alti ci tenga affinché il precipizio culturale nel quale ci hanno buttato qualche decennio fa non si arresti neanche un secondo.
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