
I magistrati sono persone che svolgono funzioni giudiziarie, caratterizzate da autonomia ed indipendenza. Ciò significa che, per garantire l’eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, ogni magistrato non può essere condizionato dagli altri poteri costituzionalmente rilevanti (l’esecutivo ed il legislativo), ma è sottoposto solo a ciò che la legge prescrive debba essere osservato.
Attraverso gli atti giudiziari, infatti, i magistrati amministrano la giustizia, svolgendo una delle funzioni più elevate che uno Stato democratico conosca; attraverso l’amministrazione della giustizia, infatti, la magistratura si pone al servizio del cittadino, assicurandogli equità nella adozione di decisioni controverse in materia civile, tutelando le vittime dei reati ed irrogando le pene ritenute più giuste allorquando venga commesso, al di là di ogni ragionevole dubbio, un fatto di reato.
Sia che eserciti la funzione giudicante – che consiste nell’emettere delle sentenze con cui si decidono questioni sulla colpevolezza o sull’innocenza di un imputato o sulla fondatezza di una domanda attorea nel giudizio civile – sia che eserciti quella requirente – che consiste nella richiesta ad un giudice di emettere un provvedimento giurisdizionale – ogni magistrato è chiamato, ogni giorno, ad assumere decisioni che possono segnare, talvolta anche in maniera irreversibile, la vita di una persona, non solo quando bisogna adottare provvedimenti sulla libertà personale, ma anche quando bisogna risolvere questioni patrimoniali o familiari che, molto spesso, incidono fortemente sulla qualità della vita di ogni cittadino.
È del tutto evidente che, allora, attraverso l’emissione di provvedimenti giudiziari, i magistrati esercitano un potere enorme, avuto riguardo soprattutto alle conseguenze che discendono da tali atti.
Per questa ragione, il nostro legislatore ha introdotto una disciplina estremamente rigorosa per scegliere le persone che dovranno esercitare quei poteri e che dovranno, di conseguenza, emettere quei provvedimenti, prevedendo una modalità di accesso all’ordine giudiziario attraverso concorsi molto rigorosi.
Trattandosi, infatti, di una funzione in ogni caso “pubblica”, quella giudiziaria deve essere assicurata da persone che saranno pubblici dipendenti e che, pertanto, devono accedere alla pubblica amministrazione solo mediante il pubblico concorso, con il quale si garantisce a chiunque (purché in possesso dei requisiti previsti dalla legge) di poter aspirare alla titolarità delle funzioni giudiziarie.
Ogni anno, il Consiglio Superiore della Magistratura – l’organo di autogoverno dei magistrati, previsto dalla Costituzione per garantire l’indipendenza della magistratura rispetto agli poteri di pari rango costituzionale – tiene un elenco delle scoperture di organico dei magistrati su tutto il territorio nazionale e, di conseguenza, comunica al Ministero della Giustizia il numero dei magistrati che occorre assumere per coprire i posti lasciati liberi da coloro che sono stati collocati in pensione oppure che sono deceduti o che, seppur in casi molto rari, hanno deciso di lasciare la magistratura per svolgere altre attività.
Viene, pertanto, bandito il concorso, al quale potranno partecipare i laureati in giurisprudenza che, indipendentemente dal voto di laurea conseguito, siano in possesso di una serie di requisiti soggettivi, quali ad esempio, la cittadinanza italiana ed il non aver riportato condanne per reati dolosi.
Quelle scritte comportano l’elaborazione di un tema di diritto civile, di uno di diritto penale e di un altro di diritto amministrativo. Per poter accedere alle prove orali, occorre raggiungere la sufficienza, calcolata in ventesimi, sulle tre prove. Ne consegue che se si ottiene un voto sufficiente in una o due prove scritte (anche magari ben al di sopra della sufficienza, che è pari a 12/20), tale voto non può essere sommato a quello in cui la prova è risultata insufficiente e, dunque, il candidato non potrà essere ammesso alle prove orali.
I candidati possono decidere se consegnare i propri elaborati alla commissione oppure se rinunciare alla consegna; la scelta è molto delicata, perché l’insufficienza nelle prove scritte conseguita in quattro occasioni (fino a pochi anni fa erano tre) determina la perdita di uno dei requisiti di ammissione al concorso. Le prove orali, invece, consistono in una interrogazione su quasi tutte le materie che compongono il corso di laurea in giurisprudenza. Insomma, per avere idea di come si svolge la seduta delle prove orali, si immagini uno studente che, in un solo giorno, sostenga la gran parte degli esami che ha già affrontato durante i cinque anni del corso di laurea.
Certo, si tratta di materie che il candidato conosce per averle già studiate durante il percorso universitario; ma – posso assicurarvi – non è affatto semplice memorizzare tutte le nozioni inerenti tante discipline, specie se si considera la naturale ansia che pervade il candidato quando deve sostenere una prova così impegnativa, dalla quale dipenderà il suo ingresso in magistratura!
Superata anche la prova orale – esito che si raggiunge ancora una volta quando la commissione avrà assegnato la sufficienza in tutte le materie su cui verte la prova, con la conseguenza che anche una sola insufficienza determinerà la “bocciatura” – finalmente il candidato potrà dire di avere superato il concorso in magistratura. A quel punto, un decreto del Ministro della Giustizia sancirà la nomina a magistrato di coloro che hanno superato il concorso; tuttavia, tale atto non è ancora idoneo a consentire lo svolgimento delle funzioni giudiziarie.
Il percorso, infatti, è ancora lungo, in quanto il magistrato appena nominato (che si chiamerà Magistrato Ordinario in Tirocinio) dovrà svolgere un periodo di 18 mesi di tirocinio, essendo affidato a magistrati già in servizio i quali avranno il compito di istruire il Collega sulle funzioni giudiziarie, facendogli redigere provvedimenti che saranno poi sottoscritti dal magistrato affidatario, il quale valuterà le attitudini, caratteriali e professionali, del magistrato in tirocinio, ai fini della sua idoneità allo svolgimento delle funzioni.
Concluso il tirocinio con giudizio positivo (espresso dal Consiglio Superiore della Magistratura, sulla base dei rapporti e delle relazioni dei magistrati affidatari), finalmente i giovani magistrati sono immessi nelle funzioni giudiziarie mediante assegnazione ad una sede di servizio, ove inizieranno ad amministrare la Giustizia attraverso gli atti che recheranno la loro sottoscrizione. Come si può comprendere, un percorso lungo e complesso, fatto di sacrificio e di studio, che assicura a tutti i cittadini una selezione rigorosa e seria fra tutti coloro che aspirano a diventare magistrati e che sono chiamati a svolgere le funzioni giudiziarie che la Costituzione pone a base del nostro ordinamento.
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