
Sono quotidianamente portati alla nostra attenzione i disastri naturali che colpiscono ovunque il pianeta Terra. La causa di uragani, innalzamento delle acque, tsunami, eruzioni vulcaniche, terremoti e siccità è ciò che viene definito il “cambiamento climatico” con cui ci si riferisce alle variazioni a lungo termine delle temperature e dei modelli meteorologici, che determinano un’alterazione consistente dell’atmosfera globale, capace di modificare gli ordinari funzionamenti di interi ecosistemi. I combustibili fossili sono la causa principale della crisi climatica, i cui impatti, però, stanno già incidendo irreversibilmente non solo sull’ecosistema ma anche sui nostri diritti umani: il diritto alla salute, al cibo, all’acqua, all’alloggio, al lavoro, all’istruzione e persino alla vita stessa. Questi impatti sono ancora più gravi per le persone che affrontano l’emarginazione, la discriminazione, la povertà o l’oppressione.
Amnesty International grida “Una crisi dei diritti umani di proporzioni senza precedenti” ed evidenzia le relazioni sempre più strette tra cambiamento climatico e godimento dei diritti civili, politici, economici, sociali e culturali delle generazioni presenti e future. I paesi industrializzati, infatti, sono i maggiori responsabili delle emissioni che causano i cambiamenti climatici: basti pensare che i membri del G20 sono responsabili del 78% delle emissioni dell’ultimo decennio. I cambiamenti climatici, provocati dalla produzione industriale e di consumo, colpiscono soprattutto le popolazioni indigene, le piccole comunità insulari e le comunità costiere a bassa altitudine; i paesi in via di sviluppo ed i paesi meno sviluppati; le future generazioni e gli innumerevoli esseri viventi ed ecosistemi. Si parla, al riguardo, di “colonizzazione climatica”, che segue l’era di quella politica ed economica. Naturale conseguenza della crisi climatica è l’imponente migrazione dai paesi maggiormente colpiti, con ogni conseguenza visibile nella parte occidentale del mondo: si stima che entro il 2050 raddoppierà il numero di migranti climatici, che ad oggi non godono di una vera e propria tutela a livello interno e internazionale.
Meno conosciute, invece, sono le conseguenze per le donne ed i bambini che rimangono nei paesi di origine. Le donne, infatti, sono spesso considerate come nate per servire la famiglia: devono provvedere all’acqua, alle faccende, alla cura degli ammalati e dei bambini. La siccità rende questo compito più arduo: le ragazze sono costrette ad andare sempre più lontano per trovare acqua e per questo devono spesso rinunciare ad andare a scuola. Con l’aumento delle temperature o in caso di disastri, una maggiore diffusione delle malattie significa anche più lavoro per loro e più rischi di ammalarsi, soprattutto per le donne incinte. In condizioni di povertà estreme, determinate dai disastri climatici, la soluzione per molti è vendere le figlie giovanissime avviandole alla prostituzione o darle in moglie ancora bambine. In altri casi donne e bambini intraprendono migrazioni verso l’Occidente, ma con la certezza di essere vittime di violenze sessuali o di essere oggetto di tratta e traffico.
Ma quali provvedimenti prendono i Paesi maggiormente responsabili di tale crisi e di tutti i danni conseguenti? Purtroppo, attualmente sono possibili solo azioni giuridiche nei confronti delle industrie responsabili di violazioni delle legislazioni ambientali e di diritti fondamentali, ma non nei confronti degli Stati, per i quali vige il principio non di responsabilità ma di “prevenzione” (per limitare i danni agendo in modo anticipato) e di volontaria limitazione delle emissioni. Per Amnesty International, infatti, i Paesi devono riconoscere al più presto che l’emergenza climatica è una chiara crisi dei diritti umani: “In base al diritto internazionale sui diritti umani, gli Stati hanno degli obblighi sulla crisi climatica” e quando questi non adottano misure sufficienti per prevenire gli impatti del riscaldamento globale “violano i loro obblighi ai sensi della legge sui diritti umani”. Anche l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), nel suo rapporto sulla mitigazione dei cambiamenti climatici, riconosce che devono esserci riduzioni rapide e profonde nell’uso dei combustibili fossili se vogliamo evitare di raggiungere livelli di riscaldamento globale che sarebbero catastrofici per l’umanità. Le pressioni da parte di tali organizzazioni e della stessa ONU, in ogni caso, stanno cominciando a sensibilizzare anche gli Stati.
Dopo il caso Teitiota VS Nuova Zelanda (2014), gli organi internazionali hanno iniziato a costruire un quadro normativo che possa tutelare i migranti ambientali, riconducendo nell’alveo della protezione internazionale anche il diritto ad un ambiente salubre. In questo senso diventa fondamentale la raccomandazione del 27/09/2022 sui diritti umani e sulla protezione dell’ambiente, con la quale il Consiglio d’Europa invita i suoi 46 Stati membri a prendere in considerazione attivamente il riconoscimento del diritto a un ambiente pulito, sano e sostenibile, come diritto umano. In tal modo, raccogliamo l’esempio dell’Italia che, quale primo Paese in Europa, nel G7 e nel G20, ha riformato la Costituzione, riconoscendo la tutela dell’ambiente, degli animali e dell’ecosistema per le future generazioni come obbligo della Repubblica e delle imprese economiche e come diritto costituzionale dei cittadini.
di Benedetta Guida e Mariella Fiorentino
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