
Come ogni mese torna la nostra rubrica culturale “Leggere che passione”, ecco i due libri consigliati ai nostri lettori.

Nel libro “La sfida climatica”, Antonello Pasini (fisico climatologo del Cnr) affronta – e prova a sciogliere – i nodi comunicativi, scientifici e politici della lotta al riscaldamento globale. Si parla di sfida e così commenta: “non credo esista parola più appropriata per descrivere la situazione in cui ci ha condotto il recente cambiamento climatico. La crisi sempre più evidente del clima, infatti, si palesa come un problema complesso, globale, dotato di inerzia. Ciò significa che non possiamo più limitarci a pensare alla soluzione di emergenze contingenti come quelle su cui, nel corso dell’evoluzione, si è plasmato il nostro cervello.
Oggi non si tratta di sfuggire al leone che nell’immediato ci vuole mangiare, ma di evitare conseguenze sempre più pesanti a lungo termine, che possono essere ulteriormente aggravate da soluzioni di emergenze attuali messe in atto senza pensare alla crisi di lungo periodo”. Dunque, solo riconsiderando il nostro ruolo sul pianeta come “nodo della rete” saremo in grado di interagire con la natura in maniera corretta e per noi non dannosa. In Italia, da Croce e Gentile in poi, la cultura scientifica è sempre stata vista come una cultura di serie B, puramente tecnica e non in grado di disquisire di massimi sistemi, ma ora la situazione deve cambiare. L’unico modo per costruire una visione del mondo realistica è quello di porre la scienza e i suoi risultati alla base del nostro pensare. E non è solo un assunto “filosofico” astratto: c’è anche un aspetto pragmatico, perché agire diversamente ci porterebbe al disastro. Sono molteplici i “quesiti” che vengono posti nel libro: nessun mal di testa per il lettore, solo la necessità di disporre della propria capacità di comprensione.

Ci troviamo a Vienna, nel mese di aprile del 1938 ed è da qui che tutto inizia. Le divise con il dettaglio della svastica stanno muovendosi nell’intento di dipingere la stella di David sulla vetrina di un negozio per far capire ai passanti che lì lavora un ebreo. La scansione del tempo da parte del maestro bolognese è a dir poco eccezionale. Ogni mese, giorno, ora e minuto viene utilizzato come se quel tempo indicato fosse parte di noi, del nostro quotidiano, quasi a farci sentire in colpa per i ritardi o le mancanze dei protagonisti. Questo incedere costante del tempo è gestito per rafforzare la narrazione lungo i mesi che la costituiscono. In queste bellissime pagine di letteratura disegnata si intravede un’intimità assolutamente figlia dell’esperienza: Giardino decide di raccontarla dal punto di vista umano e familiare, lasciando da parte servizi segreti e cospirazioni varie. Max Fridman, debutta nella storia dopo circa 80 tavole (!), facendoci vivere la quotidianità assurda della famiglia Meyer durante l’occupazione nazista a Vienna. Parte da Ginevra per arrivare nella capitale austriaca, per aiutare i cugini a preparare un piano di fuga dalla città visto e considerato che il regime nazionalista e parte dell’Europa intera (Italia inclusa) aveva emanato leggi razziali e decreti assurdi nei confronti degli ebrei. Il maestro, tra l’altro, riesce a mettere in scena attori che hanno una forte carica personale, non lasciando alcuna sfumatura al caso bensì denotando una forte ricerca di studio, sia da un punto di vista caratteriale che scenografico, oltre – ovviamente – a quello storiografico. Così, il tappeto steso dalla Storia diventa, da solo, portatore di vite vissute. Da un punto di vista, grafico le tavole di Giardino rappresentano una conferma visiva importante. È chiaro oramai che il suo tratto è più che riconoscibile, non solo per il disegno di personaggi, luoghi o contesti ma anche per l’uso del layout nella costruzione della “rete”, dove riesce sempre a rompere con la fisicità delle vignette inventandosi situazioni e modi davvero affascinanti. La narrazione lascia anche una pesante eredità culturale: la differenza mai scontata tra “dolore” e “Storia”.
Rubrica a cura di Raffaele Mercaldo
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