
“Chiudiamo le scuole”: è il titolo di un testo di Giovanni Papini, scrittore e poeta italiano del XX secolo, in cui si schiera a muso duro contro l’istituzione scolastica, elencandone tutte le contraddizioni e problematiche. Dal 1919, anno in cui è stato pubblicato lo scritto, sono passati esattamente 107 anni, ed è assurdo il fatto che le cose non siano cambiate; anzi, sono solamente peggiorate. La tesi principale dello scrittore è l’effetto controverso che le scuole conferiscono ai giovani: non li riempiono di gioia e voglia di acculturarsi, ma li rattristiscono. Questo è proprio ciò che viviamo noi studenti; non si va più a scuola con voglia e felicità, ma viene visto come un obbligo. È il punto fondamentale per cui modificherei il titolo del testo in “Cambiamo le scuole”. Le scuole non vanno eliminate, perché se gestite nel modo corretto sono grandi fonti di arricchimento e soddisfazione personale; vanno rielaborate in modo da potersi adeguare alle esigenze dei giovani. Papini le paragona a istituzioni di reclusione (carceri, manicomi, ospedali, caserme), dal mio punto di vista in maniera errata. Non è vero che non abbiamo voglia di imparare e conoscere tutti i gradini che ci hanno portato a vivere nel mondo attuale; non è stata ancora individuata la modalità corretta per farlo. In molti si troverebbero d’accordo se l’accesso alle scuole di grado superiore non fosse obbligatorio. Quale potrebbe essere la conseguenza del non andare a scuola a 14 anni e catapultarsi nel mondo dei “grandi”? I ragazzi comincerebbero a vivere esperienze concrete, a capire cosa sono la responsabilità e l’autonomia economica. Se la scuola non fosse obbligatoria, chi sceglie di restare lo farebbe per convinzione, non per imposizione. Questo potrebbe rendere l’ambiente più motivato e meno passivo. Ovviamente, ci sarebbero anche dei riscontri negativi; a quell’età non si ha ancora la maturità giusta per affrontare certe dinamiche e confrontarsi con gli adulti potrebbe risultare difficile e inadeguato. Chiudo dicendo che non è la scuola in sé il problema, ma il modello rigido ed uniforme in cui gli studenti vengono inseriti.
di Claudio Longobardi
L’espressione “Orbis late” mi è sempre rimasta particolarmente impressa poiché, secondo me, racchiude un significato molto più profondo di quello apparente con accezione geografica. Il mondo è enorme, come la vastità di “tutto e nulla” nel quale è immerso. È tutto così grande da farci sentire piccoli, così piccoli che c’è qualcosa di sempre estremamente rasserenante nel ricordarci che i nostri sbagli non gravano come crediamo nella vastità che ci circonda. “Orbis late” è sinonimo di una grandezza, non lontana, ma conoscibile, non come un obbligo, ma come necessità intrisa in noi. Tanto di quello che impariamo è sui libri di scuola, ma non tutto il conoscibile è lì dentro. Viaggiare, conoscere il mondo, scoprire nuove culture, arricchisce incredibilmente. Vedere anche ciò che non ci piace, approfondire culture che non applicheremo mai, decifrare piccoli linguaggi quotidiani di popoli che non incroceremo mai più: è tutto necessario. Non si cresce in denaro, in lunghezza, che ci porterebbe ad essere così in alto da non scorgere il mondo e chi lo abita, in PIL; si cresce in larghezza, nell’estensione che possiamo raggiungere conoscendo. È importante che noi giovani scopriamo il mondo, così da far nostre le cose che incontriamo. Viaggiare è un atto di umiltà: ci insegna quanto siamo piccoli e quanto possiamo diventare grandi. La vera ricchezza risiede in quanto siamo in grado di accogliere, in quanto siamo curiosi di conoscere, risiede nelle sottigliezze che nessuno nota, ma che ci rendono chi siamo, forti di quello che abbiamo conosciuto. Ogni cultura incontrata aggiunge una sfumatura alla persona che saremo, conoscere il mondo è un modo per riconoscersi in esso, senza la fretta del desiderio di riconoscimento, ma nella naturalezza dell’essere che ci renderà irrimediabilmente unici, forti del fatto che tutto ciò che, bello e brutto che sia, costituisce il mondo, costituisce un po’ anche noi.
di Sole Funaro
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