
Torna, come ogni mese, la rubrica “Minori” che dà spazio alle opinioni di giovanissimi collaboratori di Informare: Sole Funaro, giovane 16enne, e Claudio Longobardi, ragazzo di 17 anni.
Tra le solite chiacchiere bizzarre e prese di posizione che vengono fatte a noi adulti del domani, sento spesso la domanda sul perché i giovani si sentano così attratti da strade più “artistiche”, e sotto certi punti di vista precarie, rispetto al posto fisso tanto ambito dalle precedenti generazioni.
Diciamoci la verità: “il posto fisso” è un po’ un mito, diventato un meme tra noi, grandi e piccini. Oggi, sempre più giovani sembrano non considerarlo un traguardo fondamentale. Posso confermare di non conoscere nessuno con questa specifica ambizione e credo che il motivo risieda nel fatto di ottenere un impegno così a lungo termine, che nel suo essere “senza scadenza” è come se mettesse la scadenza più grande, ci incastrasse in un futuro che sentiremmo alle calcagna, con l’acqua alla gola, in contrasto col nostro forte desiderio di reinventarci sempre.
Di fatti, guardando i social e confrontandomi con molti miei amici, le passioni e i desideri verso il futuro sono innumerevoli, e fremiamo dalla voglia di realizzarli tutti, per quanto impossibile realisticamente parlando. A tutto questo si aggiunge un altro elemento fondamentale: la consapevolezza. Se in passato le possibilità erano più limitate e spesso si seguiva un percorso quasi già tracciato, oggi i giovani crescono sapendo che le alternative esistono davvero.
Questo cambia completamente il modo in cui si guarda al futuro. Personalmente, ho dentro me il desiderio recondito di diventare tutto ciò che mi sono prefissata, di sfiorare, anche per poco, tutto ciò che almeno una volta ho pensato sarebbe stato mio. Non voglio essere una persona fissa, ma bramo dalla voglia di parlare la lingua del riciclarsi, non della continuità, della ripetizione, della permanenza. C’è un qualcosa di fortemente intimo che accomuna tutti noi che guardiamo al futuro: la consapevolezza che un giorno vorremmo poter dire di non esserci lasciati mai andare ad una e una sola strada, perché è così che, silenziosamente e senza rendercene troppo conto, siamo cresciuti tutti.
di Sole Funaro, 16 anni
Con l’avvicinarsi della maggiore età, ho cominciato a provare più interesse verso la politica, notando però che per alcuni miei coetanei non è così. È stimato che il 76% dei giovani italiani tra i 18 e i 34 anni mostra un’attenzione medio-alta nei confronti della politica, ma oltre il 60% sente la mancanza di spazi di partecipazione e si sente poco rappresentato. Raramente ho affrontato temi politici con i miei amici e, in quelle occasioni, ho notato disinformazione politica generale. Spesso mi è stato chiesto di spiegare concetti politici che hanno a che fare anche con la storia recente, che tutti i diciasettenni del mondo dovrebbero conoscere.
Rispetto alle vecchie generazioni, siamo molto meno incuriositi da questioni politiche e ho provato a chiedermi quale fosse il vero motivo. L’esempio più attuale è stato quello del referendum del 22 e 23 marzo sulla giustizia: molti giovani non sapevano cosa votare perché non conoscevano le conseguenze della riforma. Non tutti sanno che solo il 3% del Parlamento è formato da under 35 e che l’Italia registra la percentuale più alta in Europa di giovani che ritengono scarsa o nulla l’influenza dei cittadini sulle decisioni politiche.
La poca fiducia nel sistema induce i giovani a non partecipare alla politica. Basti pensare alle rivolte studentesche del ’68 e a quanto quei ragazzi ci tenevano a lasciare la propria impronta per raggiungere importanti cambiamenti. Molti giovani del nostro territorio non sono nemmeno a conoscenza di queste storie, non comprendendo che solo attraverso cambiamenti politici si può aspirare ad ottenere i cambiamenti che chiediamo.
di Claudio Longobardi, 17 anni
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