
Sole e Claudio sono due ragazzi di 16 e 17 anni che fanno parte dell’Associazione Officina Volturno. Fin da quando hanno messo piede in redazione, hanno subito mostrato una gran voglia di raccontare le realtà che vivono. Cari lettori, questa rubrica è curata proprio da loro con l’obiettivo di avvicinare le generazioni.
Noi siamo fieri di poter essere un piccolo megafono di voci così speranzose.
Con il termine “Generazione Z”, vengono identificati coloro che sono cresciuti nel XXI secolo, con smartphone e Internet. Saranno proprio loro la causa del declino culturale a cui si sta assistendo? Stiamo affrontando un periodo di massificazione dell’ignoranza, dove la mancanza di conoscenza viene promossa e addirittura ritenuta superiore rispetto all’essere informati. Ovviamente è una considerazione generale che punta ad evitare stereotipi perché ci sono delle eccezioni, ma questo è evidente nel rapporto che la maggior parte dei giovani ha con la scuola. Gli studenti di oggi applicano uno studio mnemonico senza sviluppare un pensiero critico, giusto per prendere un voto sufficiente quando hanno un’interrogazione o un compito. Non si ha più la voglia di acculturarsi, si nutre uno scarso interesse nei confronti della storia, della lettura e dell’attualità. Si potrebbe trovare la causa proprio negli smartphone e in Internet. Ormai i giovani sfruttano il loro tempo libero su piattaforme digitali come TikTok, YouTube e Instagram, dando per scontato che sia l’unica cosa da fare e che tutte le altre siano noiose. A differenza loro, la cosiddetta “Generazione X” (anni 70’/metà anni 80’), non avendo ancora a disposizione i social media, intravedeva con maggior interesse lo studio, i libri, il telegiornale e la ricerca di informazione. Si può aprire una parentesi anche per i “Millennials” (fine anni 80’ – metà anni 90’), i quali non hanno mai attraversato un periodo così scarso sotto l’aspetto culturale, e non è di certo un caso il fatto che hanno avuto accesso ad Internet solo in età adolescente. Tutto ciò certamente non li ha danneggiati, ma conferito un ampliamento culturale personale e un aiuto per affrontare anche avversità della vita. Di conseguenza, perché i giovani d’oggi sanno di possedere un’arma in più a loro favore ma non la sfruttano? Sarebbe sbagliato, però, pensare che questa mancanza culturale sia dovuta solamente alla tecnologia. Molti giovani nutrono sfiducia nel futuro e la loro mancanza di prospettive porta a disinteresse e demotivazione. Oppure, è da considerare anche il fatto che ci sia scarsa comunicazione tra le diverse generazioni, con poche occasioni di confronto su esperienze e notizie. Il degrado culturale che stanno vivendo i giovani italiani non è mai stato così affermato; di soluzioni ce ne sono, ma non vengono sfruttate. Se non ci dovessero essere cambiamenti attraverso attività extrascolastiche ed incentivazioni da parte dei familiari, questo fenomeno potrebbe peggiorare sempre di più, lasciandovi immaginare cosa potrebbe succedere anche solo tra 10 anni.
di Claudio Longobardi
Tempus fugit, il nemico più grande dell’uomo è il tempo. Il tempo ancor più che la morte oserei dire. Non temiamo la morte, quanto più la paura di arrivare a sopravvivere più che vivere, di renderci conto di aver sempre portato la vita a spasso, affiancandola delicatamente, senza aver mai provato il brivido di viverla davvero, di sentirla, di onorarla. Ma, soprattutto, per noi giovani la paura è quella di non farlo più di altri. È proprio mentre noi, tutti accomunati dal nostro essere umani, facciamo le cose più semplici, o ci preoccupiamo di quelle più complesse, che combattiamo contro un nemico che, come intriso dentro di noi, ci logora lentamente. Poi, all’improvviso, esso appare come un pensiero concreto, reale, del quale non abbiamo più una preoccupazione implicita: diventa un mostro che ci destabilizza, anche solo per un attimo, grandi e piccini.
Abbiamo costantemente la sensazione di sprecare tempo: quando affrettiamo il passo per non perdere l’autobus, quando temiamo che qualcuno, che percepiamo come più brillante, più sicuro o più completo di noi, possa precederci nel raggiungere ciò che desideriamo, quando doloranti su una sedia a dondolo in veneranda età ci chiediamo quando sentiremo per l’ultima volta l’odore dei fiori. La paura è che tutto passi, e con passo irruente tutto ci lasci indietro, tra gli ultimi, nel girone degli stonati. Bloccati nell’insicurezza tipica di un’età che stiamo ancora imparando a conoscere, restiamo fermi. Tutto si muove, in un silenzio a dir poco assordante. Un albero fiorente diventa spoglio, un bruco diventa farfalla, una figlia diventa madre. In tutti questi cambiamenti, piccoli e grandi che siano, abbiamo paura di rimanere indietro. Abbiamo paura di svegliarci un giorno e scoprire che chi era accanto a noi, mentre davamo uno sguardo appena attento al mondo, in realtà abbia raggiunto mete strepitose, mentre noi aspettavamo di trovare la strada adatta. Ed è proprio in questa nostra contemplazione che abbiamo paura di perderci, ma il desiderio di arrivare è asfissiante. Vorremmo capire dove si trovi il compromesso, ma quanto costa capire in una generazione dove senti costantemente il peso di dover essere arrivato? Tempo, Costa tempo. Stringiamo a noi il tempo fino a soffocare per paura che, non sapendo maneggiarlo, ci sfugga.
di Sole Funaro
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