
Torna, come ogni mese, la rubrica “Minori” che dà spazio alle opinioni di giovanissimi collaboratori di Informare: Sole Funaro, giovane 16enne, e Claudio Longobardi, ragazzo di 18 anni.
In Italia, si stima che circa il 34% della popolazione si sia rivolta a uno psicologo o a uno psicoterapeuta almeno una volta nella vita. Personalmente, ritengo la figura dello psicologo importante tanto quanto quella del medico di base. Credo di stare crescendo nella generazione giusta, dal momento in cui sono sempre di più i giovani che si rivolgono ai propri genitori nella speranza di intraprendere un percorso così significativo e importante. Questo è possibile anche perché gli stereotipi legati a questa figura professionale stanno gradualmente diminuendo, in una generazione che cerca di far sentire la propria voce contro i pregiudizi di quella precedente, che spesso vede chi si rivolge a uno psicoterapeuta come una persona malata.
Difatti, oggi sono più che convinta che dallo psicologo vadano i meno “pazzi” che esistano su questa terra. Chi è pazzo è incapace di riconoscere un problema dentro di sé; non sente il bisogno di interrogarsi, di guardarsi dentro per comprendere meglio il proprio essere e cercare di diventare una persona migliore, in relazione a sé stessi e agli altri. Mettersi dinanzi ai propri demoni, o scoprire di averne quando si pensava di essere invincibili, è una delle scelte più coraggiose che si possano intraprendere. Nella mia giovane vita mi sto rendendo sempre più conto di andare d’accordo molto più con persone che almeno una volta nella vita hanno iniziato un percorso di psicoterapia e hanno cercato di partire da sé stessi per iniziare il proprio rapporto col mondo.
Sono persone che potrei incontrare nel momento peggiore della loro vita e per le quali continuerei comunque a provare la massima stima. Ci vuole più coraggio nel capire come restare, nell’incastrare gli ingranaggi di una vita scomoda, che nel fare le valigie e partire. Ho fede nel fatto che tutti noi, che ad oggi siamo ragazzi e un po’ estranei a questa vita, capiremo sempre più come affrontarla al meglio, nel paradigma di un linguaggio che per la nostra prole sarà più facile comprendere, poiché non sentiranno il peso di un giudizio quando ci chiederanno di imparare ad imparare, ad acquisire, a vivere.
di Sole Funaro, 16 anni
“Sono in ritardo”. È una frase che sento spesso pronunciare da ragazzi della mia età. La cosa sorprendente è che a dirlo sono persone che hanno appena vent’anni, o anche meno. Eppure, la sensazione di non essere abbastanza avanti nella vita sembra essere diventata una delle emozioni più comuni tra i giovani di oggi. Anch’io, a volte, mi sono sentito così. Basta aprire un social network per vedere coetanei che aprono un’attività, viaggiano per il mondo o raccontano i propri successi. In pochi minuti ci ritroviamo a confrontare la nostra vita reale con la versione migliore della vita degli altri. Il risultato è quasi sempre lo stesso: la sensazione di stare perdendo tempo. Secondo diversi studi, i social media hanno un ruolo importante in questo fenomeno.
Un rapporto dell’UNICEF ha evidenziato come il confronto costante online possa influenzare negativamente l’autostima e il benessere psicologico degli adolescenti. Credo che il problema sia che siamo cresciuti con l’idea che tutto debba accadere subito. Ci viene spesso raccontato che entro una certa età dovremmo sapere cosa fare della nostra vita, avere obiettivi chiari e magari aver già raggiunto qualche successo importante, ma se non accade bisogna comprendere che per la nostra età è più che normale. La vera domanda è: ma indietro rispetto a chi? Bisogna accettare che ognuno parte da condizioni diverse, vive esperienze diverse e affronta ostacoli diversi. C’è chi trova la propria strada a diciotto anni e chi la scopre a trenta. C’è chi cambia idea più volte prima di capire cosa desidera davvero.
Personalmente penso che il vero rischio non sia essere in ritardo, ma vivere costantemente con la paura di esserlo. Quando siamo troppo concentrati sul confronto con gli altri, finiamo per dimenticare il nostro percorso. Essere giovani oggi significa convivere con aspettative altissime e con una continua esposizione alle vite degli altri. Tuttavia, forse dovremmo ricordarci che la vita non è una corsa e che non esiste un’età giusta per realizzarsi. A volte il percorso più lento è quello che ci permette di capire davvero chi siamo. E forse non siamo in ritardo: stiamo semplicemente seguendo il nostro tempo.
di Claudio Longobardi, 18 anni
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