
Le piattaforme di streaming sono ormai all’ordine del giorno: chiunque ne possiede almeno una sulla propria TV, oggi computerizzata e perfettamente in grado di connettersi a Internet e navigare in rete e sempre meno utilizzata per guardare quei grandi film che hanno cambiato la storia, formato generazioni e plasmato personalità nel corso dei decenni. Nonostante oggi molti svalutino il valore e il potenziale della cultura cinematografica, una grande o anche una piccola produzione possono lasciare un segno non indifferente all’interno dell’essere umano. La chiave di tale questione risiede nel fatto che ognuno di noi ha un bisogno disperato di capire sé stesso e il mondo.
Il cinema in questo riesce benissimo, non solo perché ci sono produzioni per le quali si studiano temi per anni, ma anche perché talvolta il messaggio stesso cambia a seconda di chi lo interpreta, che coglie ciò che ha bisogno di sentirsi dire, in preda ad un viaggio che mette in discussione tutto. Un po’ come quando da piccoli, appena usciti dalla sala del cinema, ci sentivamo diversi, come se avessimo appena preso parte a ciò che lo schermo ci aveva mostrato, come se lo avessimo fatto nostro. Negli anni questo potere è stato compreso e successivamente temuto: così è nata la censura.
Il potenziale del cinema è stato capito perfettamente, dunque hanno cercato di limitarlo. Difatti, oggi ritengo che le persone che conosco e che possiedono una grande cultura cinematografica siano quelle più vicine all’appellativo “geni”, perché il cinema insegna a guardare il mondo da prospettive diverse. Ma tale potere non si ferma alla dimensione individuale: può dare voce a ciò che normalmente viene ignorato e invitare ad accoglierlo, imparando a “farci l’occhio”. Perché, come tutte le cose sulle quali cerco di far luce nella mia dimensione singolare, il cinema può sollevare ciò che chi è più in alto di noi vorrebbe affossare.
Sole Funaro, 17 anni
Una delle cose che mi fa più riflettere guardando noi giovani è quanto spesso sembriamo avere un’opinione su tutto, ma quante poche volte ci fermiamo davvero a costruirla. Sui social vediamo video, leggiamo commenti, guardiamo quanti like ha ricevuto e, quasi senza accorgercene, decidiamo da che parte stare. Il problema non è avere un’opinione diversa dagli altri. Il problema è quando la nostra opinione nasce semplicemente perché è quella della maggioranza. Viviamo in un periodo in cui essere controcorrente sembra quasi una colpa. Se tutti sostengono una determinata idea, metterla in discussione significa esporsi alle critiche, ai commenti negativi e magari anche agli insulti. E allora è molto più semplice adeguarsi, perché sentirsi parte di un gruppo ci fa stare meglio.
I social hanno sicuramente amplificato questo meccanismo. Gli algoritmi ci mostrano soprattutto contenuti simili a quelli con cui interagiamo e finiscono per creare delle piccole bolle in cui sentiamo continuamente le stesse opinioni. A quel punto sembra che “tutti” la pensino come noi. Ma spesso non è così. Credo che il vero problema sia la mancanza di abitudine al dubbio. Ci hanno insegnato a cercare risposte, ma molto meno a farci domande. E invece un giudizio critico nasce proprio da lì: dal chiedersi se quello che stiamo leggendo sia vero, da dove venga un’informazione, quali siano le ragioni di chi la pensa diversamente e, soprattutto, se siamo davvero convinti di ciò che stiamo dicendo.
Forse dovremmo smettere di avere paura di cambiare idea. Non è una debolezza, anzi. Avere il coraggio di dire “prima la pensavo così, ma dopo averci riflettuto ho cambiato idea” è probabilmente una delle forme più importanti di libertà. Perché alla fine il consenso è comodo. Pensare con la propria testa, invece, costa fatica. Ma se rinunciamo anche a quella fatica, rischiamo di avere tante opinioni, senza averne davvero nessuna.
Claudio Longobardi, 18 anni
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