
Torna, come ogni mese, la rubrica “Minori” che dà spazio alle opinioni di giovanissimi collaboratori di Informare: Sole Funaro, giovane 16enne, e Claudio Longobardi, ragazzo di 17 anni.
Ad oggi, nel pieno della mia adolescenza, un tema sempre più ricorrente, sia nella mia vita sia in quella dei miei coetanei, è quello dell’importanza della gavetta. Per noi ragazzi cresciuti in periferia, il tema del lavoro è fondamentale: siamo cresciuti con l’idea di doverci costruire da zero, senza nessuno che ci regalasse ciò che dai grandi schermi vedevamo luccicare. Dunque, in concomitanza con la nostra crescita, è aumentata anche la voglia di metterci in gioco, di scoprire il sacrificio che si cela dietro il lavoro che vedevamo svolgere dai nostri genitori, il desiderio recondito di tornare a casa stanchi dopo un’esperienza che, per quanto precaria, iniziale e certamente disorganizzata, ci avrebbe lasciato qualcosa. Ed è proprio dietro quella stanchezza che si sarebbe celata la soddisfazione nel realizzare che, per la prima volta, avremmo sfiorato la fatica del lavoro.
Certo, sarebbe da totali sprovveduti non ammettere che molti ragazzi oggi lavorano per la necessità di aiutare la propria famiglia con le spese, e spesso non hanno nemmeno il povero lusso di poter scegliere che tipo di lavoretto svolgere per guadagnare quei pochi soldi. A dirla tutta, credo che il termine “lavoretto” sia stato coniato da qualche panciuto capo d’azienda per giustificare una paga talvolta quasi al limite dello sfruttamento, riservata a quei ragazzi assunti per fare la suddetta “gavetta”. Quante storie ho sentito, quante testimonianze sono passate sotto i miei occhi: storie di ragazzi che, nella speranza di guadagnare qualcosa, sono stati mandati a casa a fine giornata con una paga che, il più delle volte, non copriva nemmeno i costi del trasporto.
Animazione, babysitting, ripetizioni scolastiche… tutte attività che solo menti giovani possono portare avanti. Ma quanto può essere stimolante, per dei ragazzi che investono completamente loro stessi, non essere mai ricompensati come dovrebbero, per il solo fatto di essere giovani e vittime di chi, dall’alto della propria età, cerca di guadagnare su di loro? Perché tanto “sono le prime esperienze, da qualche parte si dovrà pur cominciare”. Allora io mi chiedo: dove finisce la libertà del singolo, quando le sue conoscenze e le sue forze diventano motivo di guadagno per qualcuno che di proprio non ci ha messo nulla? Come si costruisce una società in cui le prime gerarchie non nascono tra piani alti e “plebe”, ma all’interno della stessa plebe, che finisce per farsi la guerra?
di Sole Funaro, 16 anni
Abbiamo sentito parlare tutti di ChatGPT, Gemini e Gauth, soprattutto noi giovani, ma siamo sicuri che rappresentino forme di agevolazione e non possano essere considerate anche come soluzioni alla nostra pigrizia? Oltre il 90% dei giovani utilizza regolarmente l’intelligenza artificiale e, secondo i dati di Save the Children, quasi il 42% degli adolescenti si rivolge all’IA per chiedere aiuto con i compiti o colmare lacune. In effetti, aiuta molto: chiedi di semplificare concetti, di riassumere pagine del libro che ti scocci di leggere o di farti spiegare cose che non hai capito in modo semplice. Alla base c’è una forma di svogliatezza. Ma bisogna sottolineare anche i limiti dell’intelligenza artificiale: queste applicazioni sono state create in modo tale da dover dare una risposta a tutto, anche ad argomenti di cui non sono a conoscenza.
Di conseguenza, molti dati e concetti potrebbero essere totalmente imprecisi. L’IA viene usata anche come forma di compagnia per chi si sente solo. Gli adolescenti esprimono le proprie emozioni negative, perché vedono in questi tool qualcuno che è sempre disponibile e mai li lascerà soli. Circa 1 adolescente su 2 utilizza l’intelligenza artificiale per superare momenti di solitudine, generando legami affettivi preoccupanti. Un altro settore che viene danneggiato è quello cognitivo. L’uso intensivo dell’IA per riassumere o scrivere testi impoverisce le capacità di elaborazione critica, la memoria e la capacità di effettuare ricerche in modo autonomo.
Di sicuro queste applicazioni sono notevoli. Il problema sta nel fatto che possono assumere una duplice funzione: aiutano e danneggiano contemporaneamente. Cerchiamo di usarle di meno e di dare maggiore spazio al nostro cervello, che, purtroppo, è già coinvolto in un processo di massificazione dell’ignoranza, dal quale sembra difficile uscire.
di Claudio Longobardi, 17 anni
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