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Rubrica universitaria: Dante e l'altra fantasia

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17 novembre 20224 min di lettura

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Rubrica universitaria: Dante e l'altra fantasia

Indice (2)

  • 1Dante e l’Altra Fantasia
  • 2Le suggestioni della pellicola

C’è una traccia – nella storia del cinema e della letteratura italiana – fatta di un filo doppio che tiene insieme la scrittura letteraria (e le sue varianti in forma di adattamento, di riscrittura, di libera interpretazione) – con la regia cinematografica (attraverso la mediazione fondamentale della sceneggiatura). A cavallo tra il Novecento e il nuovo secolo, gli esempi da fare sono parecchi. Tra i tanti, si potrebbe partire da Curzio Malaparte, passando per Mario Soldati – che portò sullo schermo “Piccolo mondo antico” di Fogazzaro – continuando con il poeta Nelo Risi (fratello del regista Dino); e, ancora, Pier Paolo Pasolini che ‘tradusse’ in pellicola due suoi romanzi, “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta”. Arrivando, infine, ai giorni nostri con Mario Martone (regista cinematografico e teatrale); Paolo Sorrentino (che ha diretto anche serie televisive ispirate ai suoi libri); Roberto Andò (che ha trasposto al cinema i suoi volumi in cartaceo); e Pupi Avati, da poche settimane nelle sale cinematografiche con l’ultimo film “Dante”, tratto dal suo romanzo – dello scorso anno, pubblicato dall’editore Solferino – “L’alta fantasia”.

Conosciuto soprattutto per la sua carriera da regista – costellata da numerosi riconoscimenti, “Ciack d’oro”, “Nastri d’argento” e “David di Donatello” – Avati vanta pure diciotto titoli di libri, usciti negli ultimi trent’anni e spesso resi da lui in versione cinematografica.

Dante e l’Altra Fantasia

Non si discosta molto dal libro la sceneggiatura di questo ultimo film (firmata dallo stesso Avati). I due testi, infatti, camminano insieme nella comune misura di genere: quella della narrazione biografica che l’autore-regista ulteriormente definisce “racconto breve dalla lunga genesi”. Una biografia che, però, non si abbandona a libere interpretazioni creative – e poco documentate – della vita dell’Alighieri ma che invece poggia fedelmente sulle notizie tratte dal “Trattatello in laude di Dante” di Giovanni Boccaccio (e dalla “Vita nuova” così come pure dal confronto con dantisti e trecentisti italiani di chiara fama, se si pensa a due dei tre dedicatari del volume, Emilio Pasquini e Marco Santagata).

Più di Dante è, infatti, l’autore del “Decameron” il vero protagonista del libro e del film: aspetto che potrebbe apparire poco chiaro dal titolo della pellicola ma che invece si evince subito dal sottotitolo del romanzo: “Il viaggio di Boccaccio alla scoperta di Dante”. E, di nuovo, libro e film conservano il doppio registro narrativo ricostruendo in alternanza – nel mosaico di capitoli e paragrafi datati del racconto – la vita di Dante (muovendo a ritroso dal 1321, anno della morte a Ravenna) e il viaggio di Boccaccio, nel 1350, per incontrare la figlia del poeta, Suor Beatrice, monaca di clausura in un convento ravennate.

“Per conto e per ordine della compagnia di Orsanmichele incarichiamo Giovanni Boccaccio, considerato universalmente dell’opera di Dante appassionato didattico, di portare a sua figlia Suor Beatrice, monacata in Ravenna, questa tasca di dieci fiorini d’oro, come risarcimento per le pene inflitte ingiustamente dalla città di Firenze… al di lei genitore”. Così si legge sulla quarta di copertina, forse per giustificare il pretestuoso viaggio di Boccaccio – avvenimento contestuale agli anni di stesura del suo capolavoro in prosa – che darà alla voce narrante la possibilità di sviluppare la trama del libro: il viaggio dalla Toscana alla Romagna per portare a termine il compito assegnatogli e la ricostruzione della biografia dantesca. E, in parallelo, di conservare l’ordito della narrazione con gli stessi tempi e nel rispetto una sostanziale fedeltà testuale anche nella sceneggiatura cinematografica.

Le suggestioni della pellicola

Ritornano nel film le medesime ambientazioni d’esterni e d’interni medievali – Firenze e Campaldino, la Romagna, le locande, le chiese e i monasteri – compaiono tutti gli altri personaggi che accompagnano – o che incontrano – Boccaccio nel corso del suo viaggio e l’Alighieri durante il corso della sua vita; si ripetono le stesse citazioni – prevalentemente dai testi poetici danteschi o dal Trattatello boccacciano – fatte nel libro. E come per la trasposizione visiva, anche il libro è accompagnato da una colonna sonora: una selezione di musiche classiche e jazz abbinate a ciascun paragrafo (e per questa “legenda” musicale si spiega, forse, il nome del terzo dedicatario Amedeo Tommasi, pianista jazz e autore delle colonne sonore di molti dei film del regista bolognese).

Ultima suggestione – o velata citazione – dal poema dell’Alighieri sta nella scelta di Pupi Avati di concludere le sue due versioni ricorrendo alla stessa parola che Dante pone alla fine di ciascuna cantica della Commedia, fatte pronunciare dalla figlia del poeta: “’Sapeva il vero nome di tutte le stelle…’ soggiunse l’anziana monaca come a convincersi di un segreto”.

di Vincenzo Salerno

Tags
  • #dante
  • #L'Altra fantasia
  • #rubrica
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Magazine mensile, gratuito, di promozione culturale edito dal "Centro Studi Officina Volturno", associazione di legalità operante in campo ambientale, sociale e culturale.

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