
“I libri si sentono soli”: sarà vero? Ne abbiamo parlato con Luigi Contu in occasione del Salerno Letteratura Festival, dove lo scorso giugno ha presentato il suo primo libro (La nave di Teseo, 2022). Oggi direttore dell’ANSA, da sempre dedito al mondo del giornalismo, Contu si è cimentato per la prima volta con una fatica letteraria, partendo da un’esperienza autobiografica – l’eredità della biblioteca paterna – che si è arricchita strada facendo di nuove suggestioni, fino a diventare una cronaca di fatti storici, familiari e letterari. Dopotutto, cosa potrà mai nascondere una biblioteca? Un testo inedito di Giuseppe Ungaretti, tanto per dirne una…

«È una frase di mio padre che riporto nel mio racconto. I libri recano in qualche modo dei sentimenti, non ci parlano soltanto attraverso i loro contenuti, in maniera meccanica. A un certo punto – è una confidenza che ho consegnato alle pagine mentre scrivevo – anch’io ho iniziato a chiedermi cosa pensassero, davvero, i libri».
«Sì, anche se l’ho realizzato soltanto alla fine del libro. Con mio padre avevo un rapporto molto intenso, soprattutto quando sono diventato adulto, però era un uomo molto legato alla sua professione, non esternava con facilità gli affetti. Dopo che ci ha lasciati, ho potuto scoprire i suoi sentimenti attraverso il suo amore per la poesia, per la letteratura».
«Nella scrittura non ho pensato a un autore in particolare, ma in generale mi piacciono molto gli autori dallo stile semplice, non troppo involuto, ad esempio Italo Calvino, che ha una scrittura lineare, regolare – lo stesso motivo per cui mi piace Jack London».
«Ho sempre pensato, però, che scrivere un romanzo fosse qualcosa di estremamente difficile, e non pensavo di poterlo fare. In realtà, non credo di averlo fatto: il mio libro ha preso forma come la cronaca di un trasloco, e alla fine è diventato tante altre cose, ma questo per merito suo e non dello scrittore. Mi sono ritrovato in una storia che è in grado di coinvolgere le persone che amano i libri. Scrivere un romanzo dal nulla, oltre a richiedere tempo, richiede anche la consapevolezza di avere qualcosa da dire al mondo. All’inizio non avevo neanche previsto qualcosa di così personale, poi dalla casa editrice mi è stato fatto presente che il lettore vuole saperne di più di chi scrive: di questo avevo un po’ di timore, ma poi mi sono accorto che la storia veniva fuori da sé».
«Sono rimasto sicuramente sorpreso dalla struttura del romanzo: poter pensare, e riuscire a scrivere, una cosa del genere, è un miracolo, mi verrebbe da paragonarlo ad esempio alle sinfonie di Beethoven. È incredibile il modo in cui il narratore lascia fluire i pensieri: al di là dei temi, la grande sorpresa della lettura è questa. Il monologo di Molly è un passaggio che mi ha colpito particolarmente, forse perché mentre lo stavo leggendo ho avuto la fortuna di vederlo rappresentato a teatro».
«Sono sempre stato appassionato di teatro, ci andavo spesso con mia madre e da ragazzo mi sarebbe piaciuto lavorarci. Poco dopo l’uscita del libro sono stato contattato da un attore di Trieste – che non conoscevo personalmente – al quale la storia era piaciuta tantissimo: mi ha chiesto se fosse possibile presentarlo in veste teatrale, alternando lettura e recitazione. Alla fine, siamo riusciti a realizzare questo progetto a Trieste, anche se con un pubblico ristretto, e ne siamo rimasti così entusiasti da ricavarne alcune scene: il ritrovamento dell’Inno, il dialogo con mio padre e l’epilogo, passaggi intervallati da letture tratte da alcuni degli autori che cito nel romanzo (Marinetti, Eco…). Così ho voluto chiarire meglio perché le loro pagine erano finite tra le mie, e che ho attinto molto dai loro lavori».
«Per me rappresenta l’amore di mia nonna. La sua figura è stata fondamentale nella mia vita, ed è stata anche la prima persona ad avermi letto qualcosa: quando ero piccolo ho trascorso a casa sua una lunga convalescenza, durante la quale mi lesse l’intera opera di Jack London. Possiamo dire che non me lo leggeva, anzi lo recitava: e ancora oggi quando leggo un libro, mi viene in mente la sua voce».
«Diciamo che all’inizio è prevalsa soprattutto la rabbia, nei confronti di persone a me legate e così sensibili – all’arte, alla letteratura – che però non hanno avuto la forza, la volontà, di opporsi a determinate dinamiche. In qualche modo però mi ha sollevato scoprire che, nonostante mio nonno fosse un intellettuale del regime, non avesse mai firmato il manifesto degli intellettuali fascisti. In questa sua astensione ho intravisto un’affermazione di indipendenza».
«Davvero mi ha dato questa sensazione, come prima cosa, di crearmi una bolla intorno, anche un po’ ossessiva a dire il vero, con tutti quei libri da sistemare che spesso mi portavo dietro durante il giorno. Il libro mi ha creato un mondo parallelo, mi ha quasi protetto da quello che succedeva durante la pandemia: ogni volta che mi concentravo su questo progetto dimenticavo tutto il resto, anche perché da ogni pagina nasceva l’impulso per cercare qualcos’altro. Questo libro mi ha dato tanto, mi ha anche permesso di conoscere e incontrare moltissime persone; addirittura, un’amica di mia madre ha trovato l’impulso di scrivere la sua vita, attraverso la lettura della mia».
Annateresa Mirabella
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