
Il Festival di Sanremo 2026 si è chiuso con una sensazione strana, come quando si spegne la luce in sala e ci si accorge che il film è finito ma la trama era rimasta parcheggiata fuori. Un’edizione ordinata, levigata, perfino elegante, ma spesso attraversata da una corrente di déjà-vu: mid-tempo educatissimi, crescendo programmati al millimetro, ritornelli intercambiabili come cravatte blu in un consiglio d’amministrazione.
In più di una serata, il rischio torpore era dietro l’angolo, e alcune proposte hanno sfiorato un piattume di cui l’Ariston conosce benissimo la sensazione.
In questo contesto, la vittoria di Sal Da Vinci rappresenta un compromesso intelligente. Sì, in qualche modo è la vittoria di Napoli (finalmente) e in qualche modo è una risposta al mancato trionfo popolare sfiorato da Geolier. Non è stato un colpo di teatro rivoluzionario, ma una scelta che ha premiato un’idea di spettacolo consapevole. Sul palco, Da Vinci ha portato un arrangiamento orchestrale di tutto rispetto, lasciando spazio a una voce che conosce bene il proprio peso specifico; poi, nel ritornello, l’impasto si è fatto più denso, quasi cinematografico, con un crescendo che non suonava telefonato ma costruito con pazienza artigianale.
È lì che Da Vinci ha fatto la differenza rispetto a molte canzoni in gara, di cui salvo personalmente Fulminacci, Sayf e Malika Ayane. Diverso il discorso per la versione disponibile sulle piattaforme digitali. Lì l’arrangiamento si asciuga, perde profondità, e la produzione vira verso coordinate più prevedibili. La canzone diventa più “consumabile”, ma anche più generica. È la differenza tra un abito sartoriale indossato sotto i riflettori e lo stesso modello prodotto in serie. Non è un tradimento, ma certo offre argomenti a chi ironizza sul fatto che Da Vinci abbia già prenotazioni garantite per stagioni intere di cerimonie nuziali. Funziona, sì. Sorprende… meno. Non commento il testo della canzone vincitrice, “Per sempre sì”, che ho trovato banalissimo. Degustibus.
Eppure, nel quadro complessivo dell’edizione 2026, la sua vittoria resta coerente. In un’annata che raramente ha osato, ha premiato chi almeno ha costruito uno spettacolo con identità sonora riconoscibile.
Intanto, lo sguardo corre già al 2027, che vedrà alla guida del festival Stefano De Martino. Giovane, carismatico, uomo di televisione oramai a tutto tondo. La sua nomina come conduttore e direttore artistico apre un dibattito legittimo: è opportuno che la direzione artistica di un evento musicale venga affidata a una figura non proveniente strettamente dal mondo della musica?
La questione non è snobismo di categoria, ma visione. Il direttore artistico dovrebbe essere, idealmente, un architetto del suono, qualcuno capace di intercettare tendenze, rischiare su linguaggi nuovi, comporre un mosaico che abbia un senso musicale prima ancora che televisivo. La conduzione è un altro mestiere: ritmo, empatia, gestione del palcoscenico. Fondere i due ruoli può funzionare, ma comporta una responsabilità enorme. Forse una divisione più netta tra selezione artistica affidata a un musicista e conduzione a un professionista dello spettacolo garantirebbe maggiore equilibrio.
Sono riflessioni che non sminuiscono il talento televisivo di De Martino, né la legittimità della scelta. Ma dopo un 2026 segnato da una certa uniformità sonora, il desiderio è che il prossimo Sanremo non si limiti a essere impeccabile: che torni a essere necessario. Che sorprenda, che divida, che accenda discussioni vere sulla musica proposta. Ma lo sappiamo già… questo è pretendere troppo!
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