
L’inflazione conferma i peggiori timori degli analisti che dall’inizio hanno ammonito a non scommettere su un rapido rientro alla normalità dopo la fiammata dello scorso anno. L’aumento dei tassi di interesse della Banca centrale europea (Bce) ha così causato un’inevitabile frenata dell’economia europea, ma non una recessione.
Da quando i tassi di interesse hanno cominciato a salire, l’economia dell’area euro è cresciuta ad una velocità annualizzata del quasi 0,4%. Certo poco, ma non una recessione. E l’inflazione è scesa rapidamente. È scesa anche per il calo nel prezzo delle materie prime internazionali, ma quel calo è dovuto al raffreddamento dell’economia mondiale cui la Bce ha contribuito con l’aumento dei tassi di interesse.
Di conseguenza, la domanda ora è quando la Banca Centrale Europea dovrebbe iniziare a ridurre i tassi di interesse? Per provare a fare luce su tale argomento abbiamo intervistato il direttore del dipartimento di scienze umane e sociali, patrimonio culturale del CNR, Salvatore Capasso.
«La salute di un Paese e di un’economia non si misura da un trimestre all’altro ma deve essere analizzata nel profondo. Se noi prendiamo i dati dal 2000 al 2021, l’Italia è una degli ultimi Paesi al mondo, in termini di tassi di crescita pro-capite ed anche di valori assoluti. Dietro di noi ci sono Paesi come la Libia e lo Zimbabwe. Nel Mediterraneo, l’Italia, dopo la Libia, è stata l’ultimo Paese al mondo in termine di tassi di crescita e il reddito pro-capite si è ridotto. Ciò che voglio invece sottolineare è che l’Italia soffre da tempo di un problema di bassa produttività e di bassa crescita. Con la crisi del 2020 abbiamo avuto una caduta del prodotto interno lordo quasi dell’8%. Sto dicendo che probabilmente c’è bisogno di un cambiamento strutturale. Forse la transizione energetica e digitale può dare una spinta al Paese».
«Il problema è che noi negli ultimi tre anni abbiamo vissuto tre crisi. Il 2020 ha visto la caduta del Pil di quasi l’8% che ha spazzato via quello che l’Italia aveva prodotto nei vent’anni precedenti. Il 24 febbraio del 2021 invece, ci siamo svegliati in un mondo diverso: l’invasione della Russia in Ucraina. Quel giorno la globalizzazione è terminata. Il mondo si è diviso in blocchi e i commerci internazionali ne risentiranno e questo influenzerà l’andamento della crescita dei paesi. La terza crisi è l’inflazione. Il livello di inflazione che abbiamo avuto nel 2022 era quasi dell’11% in Italia e non si vedeva dal 1984. Quando c’è una recessione generalmente dopo c’è sempre un rimbalzo solo che, la pandemia ha dato una grande scossa e l’inflazione e l’Ucraina hanno ridotto l’espansione che doveva arrivare dopo la recessione».
«Dopo la caduta del muro di Berlino tutto il mondo ha intrapreso la strada della globalizzazione che ha portato i Paesi su traiettorie di crescita molto alte. La Cina oggi è così forte grazie a quell’evento che ha aperto le porte ai grandi commerci. Ciò ha permesso a tutti i Paesi di crescere, anche all’Italia. Dopo le cose sono cambiate e abbiamo subito un radicale ridimensionamento della produttività. La cosa è complessa perché i sindacati e le imprese hanno assunto un ruolo politico diverso nel nostro Paese. Si tratta di una trasformazione che viene da lontano ed è dovuta al contesto internazionale».
«La Bce dovrebbe iniziare a ridurre i tassi di interesse già da oggi però la politica della Bce è molto conservativa. Christine Lagarde ha un atteggiamento germanocentrico e quindi tende ad avere una politica conservativa. Ma siccome la Germania è in recessione questo potrebbe favorire un abbassamento di tassi di interesse più veloce. L’inflazione è ancora lontana dagli obiettivi che la Bce si è data, del 2%. Se l’abbassamento dei tassi è lento si rischia di farsi travolgere da eventi economici. Quindi il rallentamento dell’economia potrebbe essere troppo forte».
«La prima vittima è l’Egitto perché è nettamente coinvolto con il canale di Suez ma la seconda vittima forse siamo proprio noi a livello di impatto soprattutto per il petrolio e il gas. I prezzi energetici possono aumentare se la crisi si espande e diventa più profonda. La crisi del Mar Rosso si aggancia a questo. Io non sono contrario alla transizione energetica ma se tutti i paesi si muovono verso economie più sostenibili è ovvio che le materie prime che servono aumentano di prezzo. Una transizione verde non programmata ha prodotto effetti sui costi energetici e sui metalli. Più che un’inflazione da domanda si tratta di un’inflazione da costi e deriva da un aumento di costi energetici e materiali che servono alla transizione energetica. Anche per quest’ultima c’è bisogno di una politica di programmazione».
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